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Non andare in Bihar

Non andare in Bihar”, “In Bihar sono tutti mezzi matti”, “Se vai in Bihar ti rubano anche le mutande”, “Le strade in Bihar sono delle grandissime distese di fango putrescente”, “Non andare in Bihar”, “Insomma, non andare in Bihar”: di fronte a tutte queste ottime raccomandazioni decido di andare nello stato del Bihar per qualche giorno, in solitaria. Lascio Chinnamasta a godersi Varanasi in tutta tranquillità (ovvero, senza la mia voglia repressa da mesi e mesi di dar fastidio a qualcuno) e circondato da un nugolo di persone che sventola fazzoletti bianchi e si stringe vicendevolmente, singhiozzando come se avessero perso una persona cara, abbandono le strade strette e impervie della città lungo il Gange e mi dirigo verso il Bihar.
Ecco, sono sopravvissuto.
La mia prima tappa è a Bodhgaya, luogo importantissimo per il buddhismo, dove Siddharta Gautama, dopo sei anni di meditazione sotto un albero di shorea robusta trova la Via di Mezzo per raggiungere l'illuminazione e si trasforma nel Buddha. Un imponente tempio, con al suo interno una statua d'oro ricoperta di pietre preziose, sorge di fianco all'albero che ha protetto il Buddha con le sue fronde; centinaia di pellegrini vestiti di bianco girano attorno al tempio in senso orario o si stendono per terra rispondendo ai mantra cantati da un monaco vestito di giallo. Contrariamente a Lumbini, in tutto il complesso del tempio si respira un'aria di pace e sacralità e la devozione di monaci e pellegrini di fronte ai simboli del buddhismo è impressionante. A dire il vero l'albero che oggi tutti venerano non è più quello sotto al quale Siddharta si pose originariamente. Una delle mogli del grande re buddhista Ashokan, gelosa delle attenzioni che il re portava all'albero togliendone a lei, avvelenò l'albero uccidendolo. Una delle figlie di Ashokan riuscì però nell'impresa di portare un germoglio dell'albero in Sri Lanka dove riprese radici e fu poi ritrasportato nel luogo d'origine. Gelosia, gelosia canaglia (forse era la nostalgia, ma insomma).
La mancanza della macchina fotografica e due bellissime foto mancate a base di tatuaggi (una donna in un vicino villaggio completamente ricoperta di disegni geometrici sul petto, sulle braccia e sul collo che fuma una pipa ad acqua ed un monaco buddhista ricoperto di scritte tibetane dalla testa rasata ai piedi) pesano malamente sul mio umore ma riesco a sopravvivere a Bodhgaya.

Aggirandomi per le vie attorno al santuario vengo abbordato da due ragazzini che incominciano a cantarmi la filastrocca di “giro giro tondo” e poi mi dicono che vanno a scuola per imparare ad attaccar bottone coi turisti in venti lingue diverse. Non c'è scampo per il turista sprovveduto. Ti braccheranno e ti sbraneranno vivo. Non potrai far finta di venire dall'Azerbaijan o da Timor Est perché di sicuro loro sapranno come stravolgerti con un fiume di parole senza senso, nella tua lingua. Li fulmino con lo sguardo quando mi chiedono di “aiutarli” e come sono apparsi così scompaiono.

Nel giorno della Festa dell'Indipendenza, tra bandierine sventolate, inni, discorsi, musiche festeggiamenti e i colori dell'India, il verde, l'arancione e il bianco, che formano disegni benaugurali sul terreno, da Bodhgaya mi dirigo a Bihar Sharif, solo ed unicamente perché sulla mia cartina dell'India grossa come un lenzuolo la città è evidenziata in giallo: località notevole.
Ecco, cara editrice Marco Polo, mi devi proprio spiegare che diamine ci sia d'interessante a Bihar Sharif perché io proprio non l'ho capito. È vero che la bufala gravida morta nel bel mezzo della strada è stata una visione degna di nota ma non penso che i curatori della cartina pensassero a quello quando hanno deciso di nobilitare col giallo questo posto sperduto nel mezzo del nulla indiano. È anche vero che Bihar Sharif è stata in passato una capitale importante ma ad oggi resta proprio poco e se non fosse per il monsone che mi sorprende per le vie del borgo e mi fa gustare qualche bella scena di pioggia ancora oggi mi starei domandando il perché di codesta città.
Mentre cammino senza una meta precisa le cataratte del cielo si aprono. Cerco riparo sotto un balcone che mi protegge malamente. Per strada si formano rapidamente grosse pozzanghere e dai canali di scolo delle grondaie scendono grossi rivoli d'acqua che si infrangono pesantemente a terra. E l'acqua che scende pare animare il villaggio. Un grosso signore con unicamente un telo ocra avvolto attorno alla vita, si posiziona a gambe incrociate sotto il getto d'acqua calda, caldissima, che scende da uno dei tetti e incomincia ad insaponarsi abbondantemente ricevendo con gioia le sferzate del monsone su tutto il corpo. Ogni tanto urla qualcosa in direzione di casa e saluta i passanti ma per gran parte del tempo è occupato a massaggiarsi il pancione e a strofinare il resto del corpo.
Continua a piovere e le pozzanghere si sono congiunte in un unico lago, in pochi minuti per strada si sono accumulati almeno cinque centimetri d'acqua che stagna nelle parti più basse.
Una coppia di bambini su una bicicletta troppo grande per loro, giocano a lanciarsi giù da una discesa cercando d'intercettare al loro passaggio tutti gli scroscianti scoli delle grondaie. Si divertono un mondo, sono completamente fradici. Sfrecciano di fronte a me svariate volte.
Al mio fianco un uomo in canottiera bucata e straccio avvolto attorno alla vita decide che è arrivato il momento propizio per pulire la sua macchina bianca mezza arrugginita, una Ambassador Classic, una vettura che pare essere stata trasportata dagli anni Cinquanta ai giorni nostri, linee classiche e rotonde che paiono uscite da un film storico di Bollywood, un gioiello di ingegneria made in India che sul retro sfoggia diciture quali “Euro 2” e “power brake”. Riparandosi con un ombrellino con la mano nuda sfrega ogni parte della macchina, lasciandola esattamente come prima. Getta con la mano a conca dell'acqua presa dalle vicine pozze e sfrega con veemenza in un inutile esercizio. In prossimità delle gomme si toglie le ciabatte e aiutandosi con le dita dei piedi pulisce i cerchioni con gesti consumati. Lo guardo per almeno venti minuti e continuo a chiedermi quale sia l'utilità dell'operazione ma lui pare soddisfatto ed entra in casa contento dopo la lucidatura dell'ultima ruota.
Quando smette di piovere le strade sono dei veri e propri fiumi ed in certi punti l'acqua arriva fino al ginocchio. La spazzatura degli ultimi giorni galleggia impunemente: bicchierini, foglie, giornali, pacchetti di patatine, imballaggi, sigarette, ciabatte, polistirolo, vecchi recipienti, bottiglie, secchielli, scarpe, stracci, vestiti, tutto un mondo di plastica naviga sulle strade fangose di Bihar Sharif e tra le isole di rifiuti spiccano le bandierine arancioni, bianche e verdi dell'India che fino a poche ore prima venivano sventolate dai bambini festanti per celebrare il giorno dell'indipendenza.

Passo la notte in un tugurio umido e con le prime luci del giorno mi dirigo di nuovo verso Varanasi, per recuperare Chinnamasta e finalmente gettarmi alla scoperta dell'India.

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5 responses to Non andare in Bihar
  1. anonimo says:

    There are always more delights for an undeterred mind…however a solitary short trip taken without the company of your camera, here you had more room for imagination and deeper experiences…and pictures taken by the mind. 

    With love for your path ahead 🙂
    Cath 

  2. NoRupies says:

    dopo il dolcissimo commento di Cath che posso aggiungere io?
    caro matteo, vorrei il tuo viaggio non finisse mai, sinchè dura è come se qui rileggessi ancora qualcosa di quel che è stato il mio.
    và, dunque. (che finale alla Govinda! 😉

    ps: c'è ancora quel tavolo da biliardo all'Ajai di Parganj?
    ps: mai stato in Bihar

  3. andlosethenameofaction says:

    @Silvio, se mi dici come arrivare a Parganj controllerò per te
    @Cath: oh you are so right about the untaken pictures…

  4. NoRupies says:

    meglio di no. non vorrei fare un'altra figura tipo Pumpernickel… son passati un pò di anni (8)
    ma potresti trovarla per caso 😉 in tal caso ti si accenderà una lampadina (se così fosse non restarci molto là dentro: è un obiettivo sensibile… dico davvero).

  5. andlosethenameofaction says:

    Alla ricerca del biliardo perduto…