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Parabola Nepalese

 

In verità, in verità vi dico: decido di restare un altro giorno a Tansen e, con le gambe ancora dolenti dal giorno precedente, di fare una camminata più breve.

Parabola Nepalese
Parto tardi, cammino a passo di tartaruga e dopo poco la pioggia mi sorprende. Ovviamente oggi non ho preso l'ombrello.
Mi riparo per un attimo sotto un cornicione e appena smette riparto. È una finta. Percorsi pochi passi riprende a scrosciare. Questa volta mi riparo sotto un albero. Quando le foglie non filtrano più la pioggia una vocina da una finestra attira la mia attenzione e mi fa segno di entrare in casa. Accetto volentieri e nei pochi passi che mi separano dalla casa m'inzuppo per bene. Nell'abitazione di fango e dal tetto di lamiera che mi accoglie ci sono solo donne, quattro o cinque di mezz'età, una signora anziana che mi cede il suo posto sulla sedia a dondolo e non ne vuole sapere che io mi sieda per terra e una bella bambina che è stata appena operata alla tonsille, l'unica che parla inglese ma che non sembra troppo intenzionata a farmi da interprete: si parla a gesti e a sorrisi, indosso spesso la mia faccia “scusate non ho capito ma sono sicuro che faceva un sacco ridere”.
Mi accolgono in salotto (che funge anche da sartoria e camera da letto per chissà quante persone) e mi piazzano di fronte alla televisione che non sembra voler funzionare. Spostano cavetti, accendono e spengono la tele e il lettore DVD ma non sembra riescano a riprodurre il film che vogliono vedere. Divento il loro eroe quando, in maniera completamente causale, sposto un filo e immagine e suono compaiono all'istante: una produzione in stile bollywoodiano ma di soggetto nepalese. Ecco la trama: ci sono quattro signore vestite di un sari rosso che ballano di fronte a delle altre donne abbigliate allo stesso modo che saltellano spostando l'equilibrio da un piede all'altro. Di fronte a loro ci sono degli uomini che ballano facendo gesti ammiccanti e suonando dei tamburini. Ogni tanto si avvicinano. Poi si allontanano. Poi si avvicinano. Poi si allontanano. Momento clou quando il gruppo degli uomini passa sfocato di fronte alla telecamera ondeggiando la testa come cammelli. Ogni volta che la canzone che accompagna la danza sembra stia per finire ricomincia da capo, con nuova verve. Lo giuro, resto allibito per almeno venti minuti, con un tè al latte tra le mani, di fronte a questa scena che continua a ripetersi.

Parabola Nepalese
Dopo un po' anche le donne della casa sembrano stufarsi e inseriscono un altro disco nel lettore. La trama è questa volta quasi sovversiva: identica a prima, ma non ci sono uomini e nel gruppo di donne che ballano vengono aggiunte due vecchie particolarmente scoordinate. E, ah, innovazione delle innovazioni, una delle ballerine (non ci crederete) ha gli occhiali. Oooooohhhh…
Tra il grato e l'inorridito, molto contento per la gentilezza dimostratami riprendo il cammino e dopo un lento percorso incontro tutto un villaggio che fa a gara affinché fotografi i loro figli. Poco lontano un gruppo di bambini gioca con l'ultima innovazione ludica della tecnologia nepalese e sembra stiano dicendo agli altri bambini del mondo “buttate la pleistescion”.

Parabola NepaleseParabola NepaleseParabola NepaleseNamaste Tansen!Namaste Tansen!Namaste Tansen!Namaste Tansen!Namaste Tansen!Namaste Tansen!Namaste Tansen!
Una volta arrivato sulla strada principale non ci sono più autobus che passano per tornare verso Tansen, un gruppo di ragazzi che m'ha riconosciuto dopo avermi visto nello stesso hotel la mattina (fingo, mentendo spudoratamente, di ricordarmi di loro) blocca una moto per strada e mi fanno montare: “Lui è un amico”, non l'hanno mai visto prima, “ti porta lui a Tansen”.
Ad un paio di chilometri da Tansen gli finisce la benzina, potrei camminare ma mi dice in un inglese elementare di aspettare: suo figlio ci viene in soccorso con un'altra moto e travasano il carburante da un serbatoio all'altro usando un bicchiere di latta.
È il figlio che mi riporta a Tansen mentre il padre (che sembrava in realtà il fratello) saluta e se ne va. Una volta a destinazione devo insistere perché prenda i soldi della benzina.
Vorrei ritrovare la spacciatrice di samosa e abbuffarmi un'altra volta ma ovviamente sbaglio strada e mi ritrovo in un altro “ristorante” dove alcuni uomini con anellazzi e orologi d'oro parlano con disperazione della situazione politica. Di fronte a me un bramino, un membro della casta più alta, mangia riso e lenticchie (è completamente vegetariano, penso che il piatto che sta consumando sia stata la sua dieta per gli ultimi quarant'anni) con la mano destra e mi sorride mentre mi spiega come distinguere i diversi gruppi etnici del Nepal: a nord ci sono le etnie di origine tibetano-burmese che hanno il naso schiacciato e gli occhi a mandorla, nel centro ci sono le razze ariane (e qui il mio concetto di ariano cozza con quello di nazista memoria) dal naso adunco e appuntito e nelle pianure del Terai la gente dalla pelle molto scura. Cerca anche di darmi delucidazioni sulle caste in Nepal ma la sua spiegazione è completamente diversa da quelle che ho ottenuto precedentemente: a secondo di chi te lo spiega le caste variano da quattro, a cinque, a trentasei, a più di cento e le distinzioni si perdono a livelli di etnia e professione talmente disparati che non penso si possa giungere ad una conclusione definitiva sull'argomento ma si può per lo meno intuirne la complessità.
Il bramino ha lo sguardo lucido quando mi dice di essere davvero contento di avermi conosciuto e ci tiene a darmi il suo indirizzo e ad ottenere il mio. Quando additando il mio indirizzo e-mail mi chiede se può spedirmi una lettera (vera, di carta, con la busta e il francobo
llo) mi intenerisco e gli lascio l'indirizzo di casa. Mamma, se prossimamente un signore abbronzato, coi pantaloni a vita alta dovesse citofonare, aprigli pure, è gentile, aprigli una lattina di lenticchie e vedrai come sarà contento.

Ecco, la morale di questa parabola è così ovvia che non mi sembra dover aggiungere niente.

Namaste Tansen!

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3 responses to Parabola Nepalese
  1. anonimo says:

    Wow this post is so interesting…started with the first breathtaking shot (a great treat for the eyes–kind of a soul cleansing one). So amazing that there's such a path leading to so much natural serenity and beauty and to those lovely encounters with those local people. It must be those moments that keep the traveller going on 🙂

    Cheers for now,
    Cath

  2. anonimo says:

    Significato della parabola 
    Se porti l'ombrello la tua vita sarà di una noia mortale!
    M1

  3. andlosethenameofaction says:

    Bravo Maccse! Era facile, no? Poi vabbe', ci sono anche gli altri (li altri?)