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Parigi davvero è la Beirut dell'Ovest

Parigi è davvero la Beirut dell
Anni or sono, Pavone (non è colpa mia se mi sono ritrovato con un certo numero di fidanzate con nome di uccelli, ma sempre meglio del contrario (?)) mi parlò di Beirut e della sua vibrante vita notturna, dei bar e delle discoteche che facevano impallidire quelle della Parigi in cui vivevamo: da quel momento la capitale del Libano aveva incominciato nella mia immaginazione ad assumere un carattere diverso, non quello della città assediata dalle bombe ma quello di un centro di divertimento sfrenato.

Pavone non si sbagliava. A Beirut e nei quartieri dei divertimenti, Gemmayze o Hamra o la vecchia Monot, orde di giovani e meno giovani affollano bar e discoteche fino alle prime luci dell'alba e la quantità e la varietà di locali ha di che mettere in soggezione tante altre capitali: si va dal piccolo bar fumoso che sembra sia stato trapiantato qui dall'Italia degli anni settanta e rimasto tale, al locale ultradesign e minimalista con una lunga lista di cocktail fino alle discoteche dove la gente balla sui tavoli e sui divani al ritmo dei migliori DJ del mondo che qui vengono, devono venire, a soddisfare il popolo della notte libanese.

Ma Beirut non è solo la vita sfrenata che la percorre la notte, è anche una città dalle mille anime in cui, tra costruzioni e grattacieli nuovi fiammanti, spuntano gli edifici martoriati dalla guerra civile e i segni di una tensione che è ancora palpabile: non è raro trovare militari appostati agli incroci, piazzati dietro le torrette di un mezzo blindato o un carrarmato, uomini in divisa mimetica (che in realtà non sono altro che poliziotti) sorvegliano il passaggio della gente lasciando penzolare a tracolla dei voluminosi fucili automatici e dalle finestre senza vetri degli edifici bombardati si scorgono uomini annoiati appostati dietro a sacchi di sabbia.

Passeggiare per la città è come addentrarsi in un collage surrealista: edifici che ancora portano le cicatrici di passati bombardamenti e che non saranno mai riabilitati (a imperitura memoria del conflitto che ha dilaniato il paese fino a pochi anni fa) si alternano a hotel a cinque stelle o a immensi cantieri pronti a far schizzare verso il cielo l'ennesimo grattacielo (o “concetto di vita urbana” o “villaggio verticale” o “nuova frontiera del benessere cittadino” a seconda dello slogan utilizzato per promuovere il progetto); macchine sportive e costose (c'è una chiara predilezione per gli Hummer) sfrecciano a velocità da formula uno nei pochi metri d'asfalto lasciati liberi dalle vecchie Mercedes anni settanta che fungono da taxi collettivi e intasano la città; quartieri che sembrano una versione ricca degli Champs Elysées fanno da contraltare al povero mercato delle pulci di Sabra (ciao Sabra) o al negoziante di quartiere che ha ammodernato la sua vetrina l'ultima volta nel 1962; bellissime donne in minigonna passeggiano di fianco a grasse signore coperte dal velo che avanzano ondeggianti; le chiese e le mosche (o uno dei luoghi di culto di una delle diciotto religioni che affollano il Libano) che si ergono l'una di fianco all'altra, guardandosi un po' di sottecchi e cercando di far sì che il suono della campane eccheggi più forte dell'urlo amplificato dei muezzin. E nonostante questi contrasti e la tensione palpitante che si percepisce nell'aria Beirut è una bellissima città che nelle sue differenza vibra ancora con un'anima propria: è ancora un posto vivo, vero, che ha combattuto per la propria vita. Beirut è una bella donna che non si vergogna di mostrare la cicatrice sulla guancia lasciatale da un marito violento: forse solo le tendenze palazzinare dei propri governanti riusciranno ad estirpare quell'anima che neanche la guerra è riuscita ad uccidere e a trasformare quella che una volta era chiamata “la Parigi dell'Est” in un'anonima città saudita.

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Nei primi due giorni che passo a Beirut piove a dirotto e quando arriva la sera sono bagnato dalla testa ai piedi (nonostante l'ombrello) e solo al terzo giorno riesco a scattare qualche foto e a vedere, finalmente, di fronte a me, il Mediterraneo, sotto il sole.
Sono quasi a casa.

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3 responses to Parigi davvero è la Beirut dell'Ovest
  1. DigitalePurpurea says:

    bellissime foto!

  2. anonimo says:

    Matteo,
    Las fotos son siempre espectaculares… pero tus relatos siempre me encantan!
    Besos,
    Marina

  3. andlosethenameofaction says:

    Gracias Marina!
    Que tal estas en BA?