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Pioggia e arresto

Guardo fuori dalla finestra e maledico il tempo: sta piovendo. Luca ha fatto bene a mettersi in viaggio in questa giornata. Questa è la prima pioggia che vedo da quando ho abbandonato l'India e, meteoropatico come sono, la cosa non mi mette proprio di buon umore. Cerco però di non demoralizzarmi troppo e con giacca, ombrello e macchina fotografica mi getto per le vie di Aleppo: se penso che Steve McCurry ha fotografato il monsone non saranno certo due gocce a fermarmi. È veramente difficile fare foto con la lente sempre schizzata dall'acqua mentre tento di mantenere in posizione verticale l'ombrello che il vento vuole portarmi via; anche per le vie della città si vede poca attività e i soggetti interessanti sono pochi. Quando piove più di quanto sia sopportabile mi rifugio in una delle tante chiese che punteggiano il quartiere storico e noto che anche i presepi a grandezza naturale allestiti per il Natale venturo mal sopportano il clima che poco si adatta a queste latitudini (o lungitudini? Boh, tanto mi confondo sempre).
 

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Giro a caso per la città, mi ritrovo in un quartiere fatto di palazzoni ed auto abbandonate. Faccio una foto ad un rudere arrugginito e poi scatto la foto che mi farà arrestare.
 

Pioggia e arresto
Questa.

Pioggia e arresto
Bella vero? Ohhhh. Valeva davvero la pena, di sicuro vincerò un Pulitzer grazie a quest'immagine.
Faccio due passi dopo aver fatto questa foto e vengo circondato da almeno dieci militari: urlano, le loro facce si decompongono in espressioni rabbiose, mi strappano la macchina dal collo (non farla cadere non farla cadere non farla cadere) e, mentre mi mostrano un cartello assolutamente illeggibile da dove mi trovavo ("assolutamente vietato fare foto"), mi spingono in un piccolo ufficio. Si passano il dito sulla mano aperta: cosa volete farmi? Tagliarmi una mano? Capisco dopo pochi secondi che in realtà è il segno per indicare il passaporto. Il muro dietro all'automobile è quello di una base militare, gli faccio vedere che dalla foto non si carpisce nessun segreto strategico ma non vogliono sentir ragioni, mi fanno sedere su un duro letto e cominciano a interrogarmi e a fare telefonate concitate, probabilmente ai propri superiori “abbiamo catturato una spia! L'abbiamo preso! Stava cercando di minare le basi dell'imponente stato siriano ma l'abbiamo colto in flagrante!”.
Fuori ha appena smesso di piovere.
Dopo questa prima manifestazione di forza e rigidità mi offrono un tè ed un bicchier d'acqua; oscillano tra gentilezza e serietà estrema, mi fanno ventimila domande e capisco che questa volta c'è poco da scherzare (troppo). Nome? Cognome? Età? Nome di tuo padre? Nome di tua madre? Nazionalità? Città? Rispondo e favorisco anche altre informazioni come per esempio il nome del mio cane (ciao Camilla) e il mio film preferito, ridono ma non gli interessano.

Passport?
– No passport.
Pioveva, l'ho lasciato in hotel.
Hotel name?
Echisseloricorda!

Biascico qualcosa in arabo che ovviamente non ha molto senso. Luca mi aveva dato il nome sbagliato dell'hotel e quello ho memorizzato.
Niente passaporto, niente nome dell'hotel. Non ho imparato niente dall'ultima volta che mi avevano fermato in Iran. Come discusso con Luca, davvero la foto non è un hobby molto ben visto da queste parti.

Gli mostro ancore una volta le foto che ho fatto e capiscono che non c'è niente da temere ma devono seguire la procedura. Ogni tanto chiamano qualcuno strillando al telefono e paiono chiedere cosa devono farne di quest'italiano che tengono prigioniero. Nell'ufficio passano non meno di una ventina di ufficiali, chi parla inglese e chi no ma vuole lo stesso interrogarmi; rispondo alle stesse identiche domande almeno cinque volte. Continuano a dirmi di non preoccuparmi, sorridono e nel loro inglese invece di dirmi “è la procedura” mi dicono “è la tradizione”. Alla faccia della tradizione. Welcome to Syria, mi ripetono dopo ogni serie di domande. Faccio fatica a spiegargli che ho visto benvenuti migliori in vita mia.

Dopo due ore passate a rispondere ai militari arriva un alto signore baffuto, dal lungo cappotto blu e dallo sguardo serio; è accompagnato da due uomini di scorta con giubbotti antiproiettile e mitra piazzati a tracolla. Ops. La cosa si fa seria.
Si siede alla scrivania e fa uscire tutti.
Gli uomini col mitra si piazzano di fronte alla porta con sguardo vigile (sì, forse la Folgore verrà a salvarmi).
Mi offre un caffè turco.
Prende una pila di fogli bianchi e mi rifà la stesse domande aggiungendone molte altre e anche lui mi dice: “tranquillo, è la tradizione”. Dopo vari tentativi e telefonate dal suo i-phone scova il nome dell'hotel, Kewkab Al Salam, la Stella della Pace. Come non ricordarselo!? Penso che chiami l'hotel per confermare la mia identità (per fortuna, tanto per cambiare non ho detto che mi chiamo Arturo Bandini o altre stronzate del genere) e che tutto si risolva così ma mi stupisce che continui a farmi domande (vuole sapere tutto sul mio viaggio e quasi si offende quando gli dico che gli iraniani sono i più gentili che ho mai incontrato in vita mia, “ma come! non i Siriani?”, “Gigi, sono qui da due giorni e questo non è proprio il massimo come primo impatto…”) e ad intrattenermi sulle attrattive turistiche della Siria. Scopro che ha mandato uno dei suoi scagnozzi a prendere il passaporto all'hotel. Altro tempo perso.
Dopo un'altra ora un uomo trafelato arriva brandendo il mio passaporto.
Il signore baffuto ne osserva ogni pagina e decide che non sono un pericoloso criminale.
Sono libero.
Mi farà ritrovare il passaporto all'hotel, dice. Non posso che fidarmi.

Durante tutto l'interrogatorio non ha piovuto e quando esco non c'è quasi più luce.
Appena riacquisto la mia libertà, incomincia a piovere di nuovo.

Stavolta la barba non mi ha salvato, forse è il caso di tagliarla.

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7 responses to Pioggia e arresto
  1. roggie says:

    Ormai verifico il tuo blog quotidianamente, hai tutta la mia invidia…
    mi successe qualcosa di simile ad Ibb (Yemen) nel '94, però a causa di un ingresso in una moschea non proprio gradito.
    Curiosità: con cosa fotografi?
    Ciao, Francesco.

  2. andlosethenameofaction says:

    Se ciascun l'interno affanno sulla fronte scritto avesse, quanti mai che invidia fanno ci farebbero pietà, avrebbe detto il mio prof. d'italiano che la sapeva lunga. Ma grazie di passare da queste parti, o compagno di sventura.
    Appena mi fai entrare sul tuo blog ti dico cosa uso per far foto 🙂

  3. roggie says:

    Il mio blog è morto da anni, ho cancellato quasi tutto (ci sono solo due post residui su un paio di immersioni) causa palese inutilità… comunque ti invito e vedrai che delusione.
    ma la curiosità mi è rimasta, e così navigo.

  4. NoRupies says:

    uhm… una volta accompagnai un tizio francese un pò tocco (ma non scoprii quanto se non troppo tardi, cioè all'interno del Quartier generale della polizia xxxxxana del xxxxal) per la consueta richiesta di visto. ancora un pò ci ingabbiano tutti e due.
    un'altra volta raccogliemmo una specie di message in a bottle di uno svizzero che era stato arrestato da xxxxx per xxxxx aiutatemi scriveva. quello fu davvero un momento difficile. davvero.

    è vero, come ti ho già raccontato, che spesso pure io ho cazzeggiato sui name surname uer iu cam from profession etc.. che dire, nove su dieci va bene ma a volte può andar male. però non potremmo dire di aver veramente vissuto se non avessimo provato, no?
    ehm, se sei sorvegliato fai pure un cenno della testa e capirò
    ciao,
    silvio (quello vero)

  5. andlosethenameofaction says:

    La storia dello svizzero me la ricordo dal tuo blog.
    O me la sono sognata?
    Povero.
    Invece mai e poi mai accompagnarsi di uomini francesi (donne ok)!

  6. anonimo says:

    Arturo Bandini è pura classe caro Matteo 🙂
    Un bacio grande

    emi

  7. Aesille says:

    Ahahah xD povero Matteo, comuqnue prendila così: quello che non uccide fortifica!
    =)