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Pristina e la tristezza che devi provare

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Il Kosovo è per me solo un passaggio: non pensavo che il mio viaggio mi avrebbe portato fin qui, ma mi sono reso conto di essere entrato in Macedonia troppo ad ovest e il passaggio da Pristina mi permette di non tornare sui miei passi per entrare in Albania.

Mentre dall'Italia ricevo notizie del calore primaverile che finalmente invade la penisola qui il mio arrivo è salutato addirittura dalla neve: fiocchi microscopici mi si appiccicano alla pelle e penetrano, inesorabilmente, col loro freddo, fino alle ossa. Ma d'altronde, chi la vuole vedere Pristina sotto il sole? Il tempo deve adeguarsi alla mestizia del suo recente passato.

Il Kosovo era una provincia della Serbia dove più del novanta per cento della popolazione era di origine albanese: alla fine degli anni novanta, sull'onda delle sempre più numerose defezioni allo stato Serbo, anche il Kosovo decise di dichiarare la propria indipendenza. La Serbia, per quanto avesse permesso una secessione pacifica di Macedonia e Montenegro, non permise quella kosovara e diede inizio ad una serie senza precedenti di rappresaglie che si guadagnarono in seguito la definizione di pulizia etnica. Solo l'intervento delle Nazioni Unite pose un fine al massacro e al ritorno di una parvenza di normalità. Ancora oggi le truppe dell'ONU pattugliano le strade e assicurano i compiti di polizia e la protezione del confine; a nord del paese tuttavia, difendono la minoranza serba che ancora si trova in Kosovo. La Serbia, a tutt'oggi, non ha ancora accettato la separazione di una zona di territorio ricca in materie prima e fertile e la forza internazionale serve a garantire un fragile equilibrio.

Gli edifici dilapidati dai bombardamenti ricordano costantemente che la guerra non è un ricordo tanto lontano. Mentre sto facendo la foto ad uno di questi, proprio in centro, un anziano signore dagli occhi blu mi rivolge la parola: nonostante continui imperterrito a parlarmi in albanese, dai suoi gesti e dalle sue espressioni non faccio fatica a capire che lui è l'unico sopravvissuto tra gli abitanti di quella casa in rovina e che nell'esplosione ha visto morire la figlia e la moglie. Storia che si perde tra le parole non capite ma che mi rattrista profondamente.
Per tutto il resto della giornata continuo a pensare alle parole del vecchio e gli unici visi che ho voglia di fotografare sono i ritratti dei dispersi (potremmo anche dire delle vittime, a questo punto) affissi lungo le inferriate degli edifici governativi.

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La tristezza della storia e del cielo plumbeo mi accompagnano tutto il giorno, però non posso fare a meno di notare la bellezza delle donne locali: visi affilati, pelli eburnee, capelli corvini e ricci, gambe lunghe e affusolate messe in risalto da pantaloni attillatissimi. Sulle scarpe, però, c'è ampio margine di miglioramento.

Camminando per le strade di Pristina si ha l'impressione di essere già in Albania: di fianco alle poco fantasiose bandiere kosovare (sei stelle bianche e una mappa gialla del Kosovo su sfondo blu) si trovano sempre quelle rosse e nere dello stato vicino. Anche la voglia d'Europa sventola nel cielo (oltre che nelle banconote: qui si usa l'Euro) e sono numerose le bandiere dell'Unione Europea che accompagnano le altre due.

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Quando il freddo comincia ad essere insopportabile decido di lasciare la città e poiché mi sento in colpa ad effettuare un passaggio troppo rapido in Kosovo mi dirigo a Prizren. L'autista dell'autobus, Mohamed, che lavora stagionalmente in Italia, conferma la gentilezza albanese mostratami per la prima volta a Tetovo e, dopo avermi offerto due (ottimi) caffè in un centro commerciale pieno di fotografie, mi fa salire sulla sua scassatissima Mercedes e mi guida alla ricerca di un hotel. La sua cortesia mi scrolla di dosso le tristi immagini di Pristina e la visione di due bellissime donne sulla soglia dell'hotel mi ridà un po' di lussurioso buonumore. 

Solo in seguito, a ormone freddo, mentre guardo due vecchi giocare a scacchi in hotel, mi rendo conto che forse erano delle prostitute.
Facciamo senza forse.

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3 responses to Pristina e la tristezza che devi provare
  1. anonimo says:

    E' decisamente più facile commentare post colorati e divertenti.
    Ma io commento così raramente che decido di infilarmi in questo qui.

    Perchè se per certi argomenti l'empatia è una brutta bestia, è anche vero che le bestie moleste bisogna pur affrontarle.
    Se no ci ritroveremo con un sottoletto invaso da mostri notturni e nessuno spazio dove nascondere la polvere.

    Non ho grandi cose da dire, e di cose sulla guerra se ne dicono pure troppe.
    Tranne forse, cessate il fuoco.

    L'idea di pace somiglia ad un'ideale sempre più sbiadito, somiglia un pò alla mia bandiera della pace.
    Non ne sono rimaste molte appese, almeno qui a Milano, forse anche questo scarseggiare di colori arcobaleno da la misura della disillusione.

    Ma la vita, purtroppo o per fortuna, è fatta anche di altri panorami. Il tuo viaggiare ne è la prova più consistente.

    Da te probabilmente possiamo imparare questo: non restare immobili.
    In senso stretto e in senso lato.

    Buon viaggio e non buon rientro, perchè non si smette di restare in movimento solo perchè non si usa il passaporto per un pò.

    Marte

  2. anonimo says:

    Questo post(o) è di una tristezza, disperazione eppur bellezza sconcertante, struggente. Grazie Matteo! Clara

  3. andlosethenameofaction says:

    Non vi ho ancora parlato di Gandhi.