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Pune e Osho

La mattina alle sette Sherma viene a salutarmi, porta dei pantaloni azzurri di una tuta ed una maglia con la foto del figlio. Vuole che vada a visitare casa sua, che almeno prenda un ultimo chai con lui, ma gli spiego che voglio partire, evitare il traffico, e a controcuore mi lascia andare non senza avermi prima scortato nella direzione giusta. Ciao Sherma, sei stato un po' sbruffone ma m'hai aiutato.

Durante tutto il viaggio fino a Pune, memore del pessimo cibo degli ultimi giorni, l'unica cosa a cui riesco a pensare chilometro dopo chilometro è “pizza pizza pizza pizza pizza” (Ah non so se ve l'ho mai detto ma la pizza in India è generalmente buona).
La mia affamata immaginazione influisce sulla realtà e, come in un sogno, appena arrivato a Pune compare di fronte a me il cartello “Pizzeria”. Faccio una curva tipo Automan e mi fiondo in un locale con musica italiana di sottofondo. Perfetto, visto che poi la guida è rimasta con Chinnamasta posso chiedere informazioni qui sulla città e sui dintorni. Sbrano una pizza ed un'insalata (il salutista che c'è in me) e comincio a parlare con uno dei camerieri indiani il quale mi dice che la città è famosa per l'osciasciam. Eh? Ma sì, l'osciasciam e me lo ripete almeno dieci volte prima che finalmente capisca “Osho's Ashram”, la comunità di Osho. Osho, uno di quei santoni che ha sfornato spiritualità ready made per occidentali in cerca di sé stessi, di cui non so molto ma che per principio preso mi sta sulle scatole.
Vai dritto e lo trovi, chiedi di Dario, un grande amico mio e vedrai che ti darà una mano a trovare una sistemazione per la notte.
Guido in una zona che definire ricchissima è poco, ci sono delle case da mille e una notte, di un'opulenza tale che fanno impallidire quelle dei ricchi industriali di Toorak (Melbourne): colonne, marmi, statue, guardiani, macchine costose, cani da guardia, alte siepi.
Trovo Dario e il suo ristorante nel mezzo di questo quartiere, parliamo per dieci minuti e mi consiglia il vicino hotel, che per quanto costoso è l'unica sistemazione abbordabile della zona. Non ho voglia di esplorare il resto della città e quelle chaise longue al sole proprio mi attirano. Resto, ci vediamo questa sera.
Non ho voglia di partire all'esplorazione dell'ennesima città incasinata: passo la giornata a scrivere e ad osservare dei grassi personaggi vestiti con delle lunghe tuniche viola senza maniche che vanno e vengono dall'ashram di Osho. Sembrano felici. Informazioni di terza mano, ma pare che partecipare ai seminari di meditazione di Osho costi un occhio della testa: questa spiritualità appannaggio esclusivo di una popolazione ricca mi sta naturalmente antipatica. Mah.
Organizzo anche il resto del mio viaggio, compro un biglietto per l'Iran e finalmente riesco a pagare per il visto che dovrei riuscire a recuperare a Mumbai, ultima mia tappa indiana.
Da Palolem mi arriva una mail di Chinnamasta, innamorata del luogo, e la mia voglia di raggiungerla prima che parta, per salutarla un'ultima volta, cresce.

Aspetto che arrivi la sera, vado a mangiare nel ristorante di Dario e aspetto la fine del servizio per poter fare due chiacchiere con lui: le vite degli italiani espatriati in angoli di mondo esotici (o che lo erano) mi sono sempre interessate.
Dario si siede al mio tavolo e mi racconta la sua storia: venuto in India vent'anni fa in cerca di una spiritualità più alta s'è barcamenato tra mille lavori prima di tornare a fare quello che gli riesce meglio e ha aperto un bel ristorante che ora è sempre pieno di clienti. Mi parla del suo viaggio in moto, anche lui con una Enfield, in un paese diverso, dove le rare automobili (oh, vent'anni fa erano gli anni Novanta, quando i paninari erano già un ricordo e tutti aspettavano con trepidazione e disillusione di vedere cosa sarebbe successo nel Duemila dimenticandosi di vivere il momento presente. Ah, anni Novanta che delusione siete stati!) che si incrociavano per strada non cercavano di investirti ma si fermavano per porgere i loro saluti e benedire il viaggiatore straniero. Dario cerca con lo sguardo in un angolo del suo bel ristorante le immagini di quel tempo passato e di fronte ai suo occhi persi nel vuoto scorrono i ricordi dei suoi capelli lunghi e della libertà che allora ricercava; ogni tanto un sospiro arresta il flusso delle sue parole: “Vent'anni…”
Parliamo a lungo di come sia cambiata Pune (che lui, da bravo local, chiama Puna), di come una volta l'ashram di Osho fosse davvero un posto magico e di come oggi non sia altro che una macchina sfornasoldi in cui però, concede, se si riesce a fare astrazione di tutte le stronzate (le bullshit le chiama lui) che cercano di propinarti rimane ancora un sentore dell'atmosfera dell'epoca, una piccola riproduzione del mondo dove si possono incontrare dalla prostituta alla madre di famiglia, dal drogato penitente al capitano d'industria.
Anche l'India è cambiata e le mie impressioni di stupido viaggiatore ansioso trovano conferma nelle parole di qualcuno che ha visto il paese trasformarsi: la spiritualità tanto decantata dell'India s'è persa tra una banconota e l'altra, ormai sono gli stranieri che qui vengono a mantenerla in vita, gli indiani ormai non pensano ad altro che arricchirsi e la famigerata classe media non fa che mostrare la propria ricchezza nel più becero dei modi.
Per qualcuno che ha passato vent'anni in India, Dario è una persona estremamente posata: nessuna tenuta da fricchettone, nessun atteggiamento da illuminato che la sa lunga. È piacevole parlare con lui e cercare in quello stesso angolo dove la sua attenzione si perde le immagini di un paese che non c'è più.

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