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Ricordi di guerra

Le chiedo, quasi per caso quale sia il suo primo ricordo e Katia incomincia a raccontarmi della guerra e di suo cugino: la mia generazione, in Libano, è cresciuta in un paese dilaniato dalla guerra civile che ha imperversato per quindici anni (dal 1975 al 1990 con un picco di violenza nel 1982), in una Beirut spaccata in due tra cristiani e musulmani, in cui le strade erano trasformate in campi di battaglia e dove ogni famiglia ha pianto la morte cruenta di persone care.
“Eravamo tutti in casa quando suonò l'allarme che indicava l'inizio di un bombardamento. Mia mamma stava cucinando. Io e i miei fratelli eravamo già pronti per andare a letto: mi ricordo che indossavamo dei pigiami che allora andavano di moda, delle uniformi da karateka dai colori intensi. Ero contenta ogni volta che mettevo quel pigiama, mi faceva sentire particolarmente bella. Quel giorno inoltre, avevo delle pantofole nuove, rosa. Quando la sirena inizia a strillare mia mamma spegne i fornelli e tira fuori dal forno la torta che aveva preparato. Mia mamma, con la torta ancora fumante si dirige verso il rifugio, mio papà prende in braccio i miei due fratellini e mio cugino mi solleva da terra e corre in direzione del riparo, un vecchio mulino dagli spessi muri di pietra che garantiva una certa qual sicurezza contro i tiri di mortaio.”
Mentre Katia racconta, mi guardo in giro, siamo a casa dei suoi genitori, in un soggiorno dalle pareti rosse, i divani zebrati e con una quantità non indifferente di cianfrusaglie ammassata sulle librerie: l'effetto è piuttosto kitsch. Interrompe il discorso per farmi notare che sulle pareti e nei vetri delle finestre ci sono dei buchi che erano sfuggiti alla mia attenzione e aggiunge solo una data: “2006”. Buchi lasciati a ricordare che le pallottole non sono andate molto lontano in quell'anno, quando Israele invase il Libano per lottare contro gli odiati Hezbollah.
“Quando arriviamo al rifugio mi accorgo di aver perso una delle mie belle pantofole e comincio a piangere. Piango, piango, piango, strillo a tal punto che mio cugino decide di uscire e andare a cercare la calzatura che avevo perso durante la corsa. Dopo pochi minuti, con le esplosioni che si fanno sempre più vicine, torna con la mia pantofola.
È stata l'ultima volta in cui l'ho visto.
Avevo tre anni e il suo ricordo s'era perso nella nebbia del tempo finché un giorno m'è rivenuta in mente la storia del bombardamento e del pigiama e della pantofola, ma che fine aveva fatto quel cugino che mi aveva trasportato al riparo e che era andato a prendere la mia cara pantofola? Perché non l'avevo più visto?
Perché il giorno seguente è stato ammazzato.
Dai suoi stessi conoscenti.
Perché era gay. Un peccato che allora non si poteva perdonare e con la scusa di un conflitto a fuoco con la parte avversaria l'hanno freddato.
Sono persino andati al suo funerale i bastardi, capisci? Al suo funerale…
Tutti sapevano dove stava la verità, ma neanche i suoi genitori hanno osato protestare di fronte a quell'esecuzione e ne hanno estirpato la memoria. Non ne ho mai sentito parlare, a casa di mia zia non c'è neanche una sua foto, neanche nascosta nei cassetti in cui ho frugato. Cancellato, rimosso, dimenticato.
Solo la mia memoria di bambina l'ha riportato in vita.”

 

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7 responses to Ricordi di guerra
  1. anonimo says:

    ESCALOFRIANTE…. (= fa venire i brividi…)
    M.

  2. andlosethenameofaction says:

    Questa volta ti concedo la licenza poetica.

  3. anonimo says:

    Terrible…
    Y muy interesante, tanto la historia como el relato.
    Beso desde Argentina!
    Marina

  4. NoRupies says:

    davvero un grazie per i tuoi post matteo.
    a volte penso che viaggiare sia davvero "troppo"
    quel troppo… tipo quando i francesi dicono "trop du tout"
    ma forse non è mai trop
    o quel trop di asimov quando romanza di quegli uomini alla fine impazziti nel tentativo di riversare tutta la "conoscenza" dell'uomo delle stelle nella loro mente (che non poteva invece contenerla tutta)

    di sicuro c'è un fracco di gente che ci riesce benissimo ma… non sarebbe stato un peccato, una non-vita, non aver portato il nostro culo a destra e a manca?
     

  5. usadifranciRDD says:

    io sono una donna semplice e di poche parole. ma più o meno facciamo che ho espresso lo stesso concetto di norupies. me la dai per buona? 😛

  6. andlosethenameofaction says:

    'azz Silvio, farò in modo che Francesca ti paghi i diritti d'autore per ringraziarti.

  7. usadifranciRDD says:

    nuuu…sono disoccupata io! ho una famiglia di procioni belgi da mantenere agli studi…
    ritratto tutto!