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Sabbia, sabbia, sabbia sulla via dell'Iran

 

Chinnamasta temeva che se fossi rimasto ancora a lungo avrei probabilmente finito, in un impeto d'ira, col commettere un indianicidio, ma adesso, dopo aver ricaricato le batterie sulle spiagge del Goa, mi dispiace andarmente e non potermi spingere ancora un po' più a sud. Maledetti visti. Le immagini del Karnataka resteranno quelle legate alle sue zingare che vendono souvenir sulla spiaggia di Palolem e tutto ciò che non ho visto (e che non ho voluto vedere) sarà forse, un giorno, la scusa per un altro viaggio. Ciao India, di sicuro non mi mancherà l'acre odore dei riufiuti che bruciano per strada ma qualcosa m'hai lasciato e te ne sono grato.

L'ultima corsa in taxi verso l'aeroporto alle quattro di mattina sfiora un sacco di fedeli in processione dietro a carri fortemente illuminati per la festa della luce. Tutti sono a piedi nudi.

Quando il mare lascia posto alla terra, in quell'angolo di cartina chiamato Kuwait, dal finestrino dell'aereo non vedo altro che sabbia. Sabbia, sabbia, sabbia, strade di sabbia, case di sabbia, mare di sabbia, dune di sabbia. Tutto appare dello stesso identico colore e solo quando siamo in procinto d'atterrare si vedono i primi grattacieli di un colore diverso. Ringrazio Dio, Allah, Brhama o chi per esso di non aver deciso di stare in Kuwait per dieci giorni aspettando il visto iraniano, sarei probabilmente impazzito.

All'uffcio informazioni dell'aeroporto chiedo cosa ci sia da vedere in città e mi fanno la lista di tutti i centri commerciali della città.

– Ma io non voglio andare a vedere un centro commerciale, voglio vedere la città.

L'addetto mi guarda piegando la testa di lato e mi fa capire che no, oltre ai centri commerciali, non c'è granché.
Mh.

Mi faccio perquisire come mai prima in vita mia all'uscita dall'aeroporto, probabilmente perché sono in arrivo dall'India. Il doganiere mi dice di confessare subito se sto portando droghe o sostanze illecite e sarà clemente ma di fronte al mio sguardo vacuo procede a svuotare ogni piccolo anfratto del mio zaino e del portafogli che viene completamente rivoltato. Quando capisce che non può trovare niente diventa simpatico e vuole saperne un po' di più sui miei viaggi.

Prendo un taxi verso uno dei grattacieli e comincio a passeggiare nei suoi dintorni.
Grattacieli, cemento, sabbia, grosse macchine sportive lanciate a tutta veolcità sugli ampi viali della città. E basta. Non c'è altro. I palazzi sono per la maggior parte banche che non si possono neanche visitare.
Lungo gli ampi viali asfaltati, sotto il sole cocente, i giardinieri che curano le aiuole e spazzano la strada sembrano indiani.
Giusto per uccidere un po' il tempo mi dirigo fino al mare che mi sorprende per la purezza del suo azzurro e per l'assenza di qualsiasi anima viva sulla spiaggia.
Dietro di me il rombo dei motori continua incessante, ringrazio ancora una volta il cielo di non essere rimasto qui ad aspettare il mio visto iraniano e mi reco all'aeroporto.

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Sono l'unico occidentale sull'aereo.
Di fianco a me c'è un ragazzo giovane.
Verso la fine del viaggio incominciamo a parlare: mi dice di essere appena tornato da una vacanza in Tahilandia e di essersi divertito un mondo, di aver imparato a bere (vodka e Redbull, “All'inizo pensavo di doverla bere come fosse acqua e dopo averne trangugiati tre bicchieri ero completamente ubriaco! Che bella sensazione!”), di aver incontrato una ragazza mezza tedesca e mezza cinese che vive alle Filippine e con cui vorrebbe andare a stare e di volersi convertire al Cristianesimo perché “i cattolici possono fare tutto quello che gli pare”. Piccolo dettaglio: in Iran vige la pena di morte per chi si converte abbandonando l'Islam. Ha ventitrè anni e a parte giocare con la playstation non fa granché delle proprie giornate e inarco il sporacciglio (in realtà non sono capace di alzarne solo uno, ma ci siamo capiti) quando mi dice che la ragazza che ha incontrato lo aiuterà a far partire un “business”.

– Quale business?
– Non so, un business.
– Ah.

Parla ad alta voce e senza troppa considerazione per il proprio paese, addita un mullah, uno dei sacerdoti dall'abito nero e dal turbante ugualmente nero, due file davanti a noi, chiamandolo lui e la sua cricca “i veri terroristi”. Ho quasi paura per lui ma nessuno pare badare a noi.

Ci salutiamo all'uscita dell'aereo stringendoci la mano e vado a fare il visto, incrociando le dita.
Dopo mezz'ora d'attesa e cinquanta euro dopo ottengo il mio visto, senza troppi problemi. Ah, quante inutili preoccupazioni.

– Senta, un'informazione per cortesia.
– Dica.
– Fate i visti all'arrivo anche a donne non accompagnate? C'è una mia amica che vorrebbe venire in Iran ma vorrebbe essere sicura che le facciate il visto.
– Nessun problema, tra te e lei non c'è alcuna differenza.
– Sicuro? Perché sa, la mia amica è bionda e bella e ha gli occhi azzurri…
– Meglio, meglio! Dille di venire! Dille di venire! Subito!

Quando recupero i bagagli il ragazzo che ho incontrato sull'aereo mi sta aspettando. Era preoccupato che non mi dessero il visto. Mi fa salire su un taxi per Teheran con lui e insiste ripetutamente per pagare la corsa. La lunga strada che porta alla capitale è molto trafficata e le quattro corsie perfettamente asfaltate vengono rapidamente occupate dal nove file di macchine che continuano a sfiorarsi e a superarsi senza però mai (incomprensibilmente) toccarsi. Il ragazzo ci tiene a farmi notare come sia arretrato il parco macchine del suo paese ma, a parte qualche macinino particolarmente antiquato, la maggior parte delle macchine è piuttosto recente. Mi lascia alla mia destinazione e mi saluta calorosamente. Dopo poco torna indietro per ridarmi il telefonino che gli avevo lasciato tra le mani perché leggesse l'indirizzo e che mi ero completamente dimenticato di recuperare.
Incominciamo bene.

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One response to Sabbia, sabbia, sabbia sulla via dell'Iran
  1. andlosethenameofaction says:

    Oh genovesi! Avete visto che anche Kuwait City ha le Lavatrici!?