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Sguardi indiscreti ad Allahabad

Piccole tappe per il resto del viaggio in India, nessun treno della speranza, nessuna odissea notturna di vent'ore e più.

Recupero Chinamasta e da Varanasi ci dirigiamo ad Allahabad, altra città sacra dell'India sulle rive del Gange e in cui, una volta ogni dodici anni (la prossima sarà nel 2013…), si radunano frotte di sadhus (i veri-finti santoni indiani seminudi, con dreadlock e fronti dipinte) per celebrare la festività religiosa del khumb mela, un immenso incontro di preghiera che culmina con una serie di bagni propriziatori.

Al di fuori di questa congregazione però Allahabad non è un posto molto bello: le tombe dei principi Mughal in un tranquillo parco e la grande cattedrale gotica rappresentano gli unici punti degni di nota della città.
Un guardiano sonnolento ci apre il cancello chiuso da un lucchetto che da accesso alla cattedrale: costruita alla fine del secolo XIX, deserta e un po' polverosa ma tutt'ora in uso (messa la domenica alla 8,30), con tutte le sue placche commemorative che offrono storie di vita inglese nell'India coloniale mi fa immaginare un paese diverso, avvolto nei fumi del mistero, in cui avventurosi sudditi della regina venivano in cerca di fortuna ed una vita migliore. Lo so, perdonatemi questa visione romantica del colonialismo inglese, non ci posso fare niente. Cappelli larghi, oppio, tè, elefanti bianchi, morti di malaria.

La cosa più bella di tutta Allahabad è però senza dubbio l'interesse che suscitiamo tra la popolazione locale e gli sguardi a bocca aperta che Chinnamarella provoca sono allo stesso tempo fastidiosissimi ed esilaranti: la gente si ferma per strada, fa inversione ad U, si blocca a pochi centimetri da noi per poterci osservare meglio. Un avvocato (che sembra un mezzo barbone però) ferma la sua moto proprio di fianco a noi e ci osserva per cinque minuti a braccia incrociate tenendosi il mento tra il pollice e l'indice prima di cominciare a farci una serie di domande, “da dove venite?” (“dallo Swaziland”), “siete sposati?” (“sì, certo”), “Quali sono le vostre qualifiche?” (“io sono il Primo Ministro, lei è una danzatrice del ventre”), intervallate da altrettanti silenzi. E l'avvocato è solo un esempio tra tanti, non possiamo fare più di cinque passi in solitudine prima di essere abbordati dalla prossima serie di domande ambulante.

Allahabad, toccata e fuga, via.

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