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Shanghai

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A Shanghai per i cinesi ci sono troppi stranieri, per i laowai ci sono troppi occhi a mandorla: osservo la città attraverso gli occhi esperti di Indiana (sì avete indovinato, è stata chiamata così dall'omonimo personaggio del primo romanzo di George Sand, sì bravi, George Sand è lo pseudonimo di Aurore Dupin: solo gente colta leggie cuesto blogghe), ragazza francese che mi ospita e che ha vissuto in vari posti della Cina per gli ultimi sei anni. Grazie a lei piuttosto che comportarmi da turista in questa enorme metropoli da diciannove (19) milioni di abitanti faccio finta di essere uno dei tanti espatriati che lavorano qui. Gente da tutto il mondo popola quest'universo multietnico, tra gli occidentali spiccano americani e gli inglesi seguiti a ruota da francesi e italiani (che lavorano nel campo della moda, dei tessuti, della ristorazione) ma sono molti di più gli indiani e i coreani che si confondono indistinguibili tra la folla. Se non fosse per la macchina fotografica che non mi molla mai potrei sembrare uno di loro (ah, a proposito: il tradimento fotografico è stato consumato, ho una nuova esigente amante che m'ha già svuotato il conto in banca).

Da dove cominciare a descrivere Shanghai? Forse potrei pescare a caso dal mio cappello a cilindro pieno di facili frasi fatte e stereotipi (e.g. “connubio di passato e futuro”, “luogo di mille contraddizioni”, “melting pot onfaloscopico”) che si presterebbero benissimo alla circostanza, ma in realtà è difficile trovare una maniera semplice per definire questo microuniverso. Shanghai non è la Cina ma è l'immagine che la Cina vorrebbe dare di sé al mondo: una città del futuro dove grattacieli sempre più alti compaiono all'orizzonte, dove la gente viene a cercare fortuna (dalla Cina e dall'estero, ma per i laowai questa non è più l'Eldorado di un tempo: i Cinesi che hanno carpito i segreti degli occidentali e rivengono in massa da costosi master nelle migliori università americane ed europee occupano ora i posti con stipendi da favola precedentemente riservati ai manager stranieri) e a fare sfoggio della propria ricchezza in costosi ristoranti o club privati dove una cocacola arriva a costare fino a cento euro al bicchiere (OK questa l'ho sparata, il resto è vero).
Gli stranieri che vivono qui sono in una specie di bolla che li protegge dalla frenesia della vita cinese, è facilissimo avere solo amici stranieri e vivere senza neanche conoscere una parola di cinese, uscire in bar e discoteche dove i pochi occhi a mandorla sono prostitute in caccia di un portafoglio.

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Shanghai non sarà la Cina ma resta un bellissimo posto dove vivere è molto facile: il costo della vita è basso, i servizi funzionano, l'architettura è interessante, una pulitissima metropolitana connette i vari quartieri della città e il crimine violento è pressoché sconosciuto (anche le donne sole possono tranquillamente avventurarsi nella notte più scura senza temere niente). Manca un po' d'anima però: quando si scrosta la superficie di paillette dorate resta poco, Shanghai è quasi una Paris (Hilton) con poco cervello a cui non verranno perdonate le rughe che presto o tardi cominceranno ad apparire.

Shanghai è però un lampante esempio per comprendere la Cina: il doloroso passato coloniale è evidente nel tranquillo quartiere della concessione francese (il “ghetto” degli stranieri), negli edifici neoclassici del Bund e nei vicoletti dove la biancheria è appesa ad asciugare alle finestre o per strada e dove ancora si respira una decadente atmosfera anni Trenta. Non si può capire la Cina e la sua odierna voglia di riscatto verso il mondo se non ci si ferma a considerare il suo passato di colonia: poco più d'un centinaio d'anni fa le potenze straniere (in particolar modo il Giappone, l'Inghilterra, la Francia e in parte minore la Germania) erano particolarmente attratte dalle prospettive commerciali di un enorme paese allora isolato dal mondo e di fronte ad un impero che voleva restare chiuso su sé stesso l'unica maniera per aprire un varco era la violenza e la colonizzazione. Ma insomma, che ve lo faccio a fare io il corso di storia cinese che non ho mai preso più di cinque meno meno in 'sta materia. Però almeno fatevi un giro su uichipidia, voi che siete gente colta, io vado a fare un giro in pigiama, va'.

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One response to Shanghai
  1. mally78 says:

    mi piace moltissimo il tuo blog, sia come scrivi che le tue immagini… ripasserò di sicuro a leggerti! buon viaggio viandante…