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Siria, finalmente

Mi ricordo di una vignetta che vidi anni or sono sul Vernacoliere, quando ancora era un giornale che faceva ridere: un bagnino spaparanzato su una sdraio guarda una donna affogare, la donna invoca aiuto e il bagnino, in un fumetto, dice annoiato “hai presente quei giorni in cui non hai voglia di fare un cazzo?”.
Ebbene, oggi è uno di quei giorni quindi lo sforzo di descrivervi Gaziantep proprio non ho voglia di farlo, ve la riassumo così: pistacchi, mandato foto a chi le avevo promesse, Istanbul pizza kebab a Milano (ricordarsi di chiamare Ibrahim al ritorno), riflessioni sul colonialismo (francese questa volta), uomini che sventolano retini e fischiano per disorientare gli uccelli in volo (? chi sa cosa stiano facendo è pregato di contattarmi, a me vengono in mente Mao e la Cina), zuppa di interiora e occhi di capra (e pago una fortuna per il manicaretto), incontro con due giapponesi che avevo già intravisto a Massouleh. E anche qualche foto.
E poi ora di ripartire. Verso la Siria. Una buona volta per tutte.

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Dopo aver impiegato almeno un'ora per trovare la stazione delle corriere (in Turchia nessuno, nessuno, parla una parola d'inglese e nessuno, nessuno, usa le mani per indicare la direzione da seguire, la tecnica adottata è quella di parlare sempre più forte, nella convinzione che il povero straniero con la forza dei decibel riesca d'un tratto a decifrare il fiume di parole che lo travolge) mi dirigo verso Kilis. Sotto un forte sole che mitiga il freddo invernale, percorro la lunga strada che separa la Turchia dalla Siria: ai miei lati, filo spinato e campi minati. Una moschea turca è rimasta imprigionata in questa terra di nessuno e non credo che riceva ormai molti fedeli.

In prossimità del lato siriano incontro due svizzeri in bicicletta, Xavier e Céline, che hanno deciso di raggiungere pedalando la Nuova Zelanda: con un grande sorriso mi dicono che pensano di metterci all'incirca tre anni (ciao mamma), senza barare, navi escluse. Xavier fotografo, Céline antropologa, un connubio perfetto per un lento viaggio che nei primi sei mesi gli ha già regalato un sacco di emozioni e belle immagini. Potete trovarli qui e scoprire che ne sarà di loro.
Mi precedono al confine e ottengono il visto senza troppi problemi: temevo il peggio visto che oggi è giovedì e nel mondo musulmano inizia il fine settimana (in caso debbano chiedere informazioni a Damasco sono fritto) ma il loro passaggio senza intoppi mi rincuora.
Ovviamente l'addetto ai visti con me deve fare un po' più il difficile: dove vai? perché viaggi da solo? dove vai a stare? perché il visto non l'hai fatto in Italia? eccetera eccetera finché con sguardo truce mi comunica che non mi può fare il visto.
Razza di pirla, fammi sto visto che oggi non ho tempo per i tuoi scherzetti, puoi farlo, te lo dico io. Convinto, sparisce in quello che sembra un gigantesco archivio col mio passaporto.
Nel frattempo arriva anche la coppia di giapponesi che ho incontrato ieri, Mia e Tetsuia (sì, ha la mente di Tetsuia ma tutto il resto fa da sééééé!!!). Allora, sui viaggiatori giapponesi ci sarebbe da scrivere un blog intero, di come senza parlare una parola che non sia giapponese riescono a spuntare nei luoghi più irraggiungibili, di come nella loro innocenza (ebetudine) si facciano puntualmente fregare dall'approfittatore di turno, di come accettino senza battere ciglio ogni ordine che gli viene impartito.
La coppia giapponese aveva provato ad ottenere il visto al consolato di Gaziantep.
Dopo una lunga trafila burocratica il console gli richiede una lettere di presentazione dalla loro ambasciata.

Vanno ad Ankara per ottenere l'importante documento.
Tornano a Gaziantep.
Il console legge e li guarda: “non va bene, qui c'è un indirizzo di Ankara, devi metterne uno a Gaziantep”.
Quando il duo è ormai pronto per un secondo viaggio ad Ankara mi incontrano per strada e li convinco a cercare di ottenere il visto al confine, come sto facendo io in questo momento.
Anche Mia e Tetsuia (Mia è la donna, Tetsuia è l'uomo, ma mi pareva chiaro) vengono sottoposti allo stesso interrogatorio e poi lo stesso impiegato sparisce nell'archivio coi loro passaporti.
Aspettiamo per circa mezz'ora e il poliziotto dallo sguardo truce s'è trasformato in Mister Sorriso: scrive su un foglietto quanto dobbiamo pagare nell'adiacente banca e prepara i nostri visti.
Paghiamo.
Timbra.
Contenti prendiamo i passaporti e ci dirigiamo verso l'uscita.

– Scusa Matteo, ma tu hai pagato solo alla banca?
– Be', sì.
– Ah, perché io invece ho dovuto dare anche dieci dollari al poliziotto…
– …
– …
– Si vede che è una tassa speciale per i giapponesi.

Dividiamo un taxi verso Aleppo, parliamo del più ma anche e soprattutto del meno e una volta arrivati a destinazione ci separiamo.
Io vado a stare in un hotel consigliatomi da Luca, che avevo avvistato a Sapa e conosciuto mesi or sono a Guilin, in Cina, e col quale, adesso, dopo mille inseguimenti e sorpassi tra Iran e Turchia, appuntamenti mancati, e-mail scambiate con consigli e avvertimenti, riesco finalmente a ricongiungermi. I giapponesi spariscono verso la prossima fregatura.

È bello ritrovare Luca e per festeggiare l'incontro ci spartiamo un bel pollo arrosto e una lunga passeggiata notturna a base di viaggi e racconti fotografici.

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