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Sotto il tramonto di Amritsar

La nostra partenza da Rishkiesh è inoltre ritardata dall'indecisione che ci pervade sulle prossime tappe del viaggio. Valle dei fiori? No, completamente inondata. Leh? Spazzata via dal monsone. Kashmir? Coprifuoco in corso e stranieri non benvenuti in un momento che vede continui scontri tra popolazione e polizia. Dharamsala? Forse. Amritsar? Io avrei tanto voluto, ma Michael sbuffando ce l'ha sconsigliato. Guardiamo il cielo, scrutiamo le nuvole all'orizzonte e nel primo giorno sereno, senza troppa convinzione, e anche se non ci sarà il Signor Dalai Lama, decidiamo di dirigerci verso Dharamsala, la sede del governo tibetano in esilio e luogo mitico del buddhismo.
Le strade che portano verso Dharamsala salgono ripide lungo i fianchi delle montagne, la pioggia degli ultimi giorni ha causato diverse frane lungo il percorso e interi fianchi occupano il selciato lasciando solo una stretta corsia riaperta di recente per il passaggio dei veicoli. Le condizioni della strada e il fato ci fanno decidere che no, forse non è il caso di continuare verso Dharamsala: un'altra volta, magari aspettando che il Dalai Lama sia presente.
Il destino ci porta invece a Chandigarh per una pausa notturna.
Chandigarh è una città strana nel panorama caotico dei centri urbani indiani: Chandigarh è stata progettata a tavolino da Le Corbusier nel tentativo di dare un'immagine moderna dell'India. Grossi boulevard solcano il reticolato preciso della città creando dei settori numerati che contengono giardini, abitazioni funzionali, laghi artificiali e moderni complessi governativi. Sogno architettonico, Chandigarh è pulita e precisa, lontanissima dall'India del nostro vissuto e nonostante a me faccia piacere ritrovare un po' d'ordine, Chinnamù la trova decisamente senz'anima. Bel posto in cui vivere, forse non presenta troppo interesse per chi la visita. A meno di essere degli ammiratori incondizionali di Le Corbusier.

Se è stato il destino a portarci a Chandigarh siamo noi a riprendere in mano le redini della nostra vita e a decidere di dirigerci verso Amritsar. La capitale del Punjab, per una qualche ragione a me sconosciuta, è sempre stata legata all'India nel mio immaginario e più del Taj Mahal, dei colorati sari o quel non-so-che-indiano rappresenta per me una destinazione importante: forse qualche chiacchiera ubriaca in bar fumosi con altri viaggiatori, forse una foto del Tempio Dorato, forse un ricordo d'infanzia, forse l'idea del passaggio della frontiera col Pakistan (che purtroppo non avverrà, maledetti visti), ma io ad Amritsar ci voglio andare.
Partiamo, andiamo, viaggiamo, evitiamo buche, guadiamo pozzanghere infinite, vediamo le strade trasformarsi in perfette estese di asfalto e la ricchezza del Punjab divenire manifesta (ci sono addirittura delle aiuole fiorite che separano le corsie dell'autostrada percorsa da costose macchine occidentali) e proprio mentre il tramonto sta iniziando a morire all'orizzonte, completamente spossati dal lungo viaggio, faccio violenza psicologica su Chinnamasta poiché ci si carichi tutti i bagagli, che li si depositi all'ingresso del Tempio Dorato e di corsa entriamo nel complesso del tempio, piedi lavati e foulard di rigore in testa per goderci un fantastico tramonto, fatto di nuvole rosse e riflessi sul bacino da cui sorge il meraviglioso Tempio Dorato. Amritsar è per i sikh ciò che La Mecca è per i musulmani e centinaia di pellegrini girano attorno al tempio o fanno la coda per entrarvi, alcuni eseguono dei bagni rituali nelle acque attorno al tempio. Turbanti che nascondono capelli mai tagliati, spade e pugnali, genuflessioni e prostrazioni, sorrisi, rispetto e curiosità accompagnano il tempo che passiamo passeggiando serenamente ma con gli occhi sgranati di fronte a tanta devozione.

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Tutto gratis nel tempio. Contrariamente alla fastidiosa abitudine indiana di far pagare un prezzo esorbitante per la visita dei templi qui si entra gratuitamente, e non solo, c'è una mensa in cui pellegrini e visitatori vengono sfamati senza sborsare una rupia. È uno dei fondamenti del sikhismo, la mensa collettiva, dove le differenze sociali e religiose (il sikhismo ha un profondo rispetto delle altre religioni e stimola la presenza di altri credi alle proprie funzioni) scompaiono mangiando tutti dallo stesso calderone, tutti seduti allo stesso livello, tutti assieme dimentichi delle proprie diversità. L'armonia del Tempio Dorato e degli edifici che lo circondano è strabiliante ma una delle scene più curiose avviene in prossimità delle cucine dove una lunga fila di volontari lava le stoviglie che i pellegrini hanno appena finito di usare. Tutto viene tirato da una postazione all'altra in una cacofonia di ferro sbattuto e vassoi, bicchieri e ciotole di latta tintinnano rumorosamente quando un lancio sbagliato fa atterrare il proiettile sul pavimento di marmo. I vassoi vengono svuotati, lanciati in un grosso contenitore, riassettati alla meno peggio perché occupino meno spazio e poi riversati in lunghissimi lavandini dove altri volontari sfregano e strofinano. Il suono è assordante ma c'è un certo ritmo nel processo e le urla, che coordinano i lanci, creano un gioioso frastuono.

Amritsar, era destino

L'attività e il flusso di pellegrini non sembra cessare, anche col calar del sole, la fila per entrare al tempio è ancora lunghissima. Ci ritiriamo in hotel, mangiamo qualcosa e mentre Chinna collassa a letto io decido di farmi un altro giro attorno al tempio. Sono quasi le dieci e mezzo, centinaia di pellegrini dormono sotto le arcate mentre un esercito di pulitori è indaffarato a mondare ogni possibile superficie: il marmo del percorso è spazzato e lavato, le colonne vengono spolverate e tanti lavoratori, come formichine, appesi in maniera abbastanza pericolosa ai lati del tempio, ne lucidano le dorature con una foga quasi maniacale. Dev'essere un onore poter partecipare alla pulizia del tempio. La coda all'ingresso è ora quasi inesistente e decido di entrare.
Il tempio è una piccola struttura su tre piani in cui si accalcano numerosi pellegrini: forse durante il giorno la fila è così lunga perché permettono solo a poche persone alla volta di entrare, adesso c'è una calca spaventosa e si viene trasportati dal flusso della marea umana più che camminare. Senza quasi usare i piedi arrivo fino alla terrazza del tempio, passando dorature e stucchi e una schiera di pulitori che lucida tutte le suppellettili del tempio mentre dei sacerdoti sono intenti a leggere da enormi libri con pagine grosse come tappeti. Sulla sommità si gode di una certa pace mentre i devoti fanno la coda per inchinarsi di fronte ad uno dei sacerdoti e si può finalmente ammirare con tranquillità la cupola d'oro massiccio. Mi ributto nella cascata di carne e mi faccio trasportare fino all'uscita, poco dopo chiudono le porte del tempio e non fanno entrare più nessuno. Anche il tempio deve dormire.
Cammino felice verso l'hotel, Punjab forever.

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4 responses to Sotto il tramonto di Amritsar
  1. NoRupies says:

    Amristar !!!!!!!!!!
    indimenticabile.

    se c'è una cicca per terra alla stazione dev'esser ancora la mia. quando la spensi notai un paio di "sguardi" su me… allora mi si accese una lampadina, guardai tra i binari, un pò qua un pò là e.. niente, non una siga, nemmeno cartacce…

    ps: era una winston

  2. andlosethenameofaction says:

    Ti devo comunicare prima le tappe del mio viaggio così posso effettuare questi controlli! Adesso mi tocca tornarci.

  3. anonimo says:

    ciao, ma da amritsar per dharamsala è possibile spostarsi in treno o bus?
    o è necessario noleggare un driver privato?spero possiate iutarmi…grazie

  4. anonimo says:

    Di sicuro c'è un bus che ci va!