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Su e giù va l'entusiasmo

Caro Francesco,

il messaggio che hai lasciato nei commenti è stato per me occasione di analizzare gli andamenti del mio entusiasmo durante questo viaggio, capire i fattori che lo influenzano, positivamente e negativamente e, visto che i bilanci sono una cosa particolarmente pomposa che probabilmente a fine viaggio non mi sentirò di fare, ti dico adesso quali sono stati i risultati delle mie cogitazioni.

Forse hai ragione, quando mi trovavo in Vietnam l'entusiasmo era ai suoi picchi: era l'inizio del viaggio, tutto era nuovo, bello e diverso, il cielo splendeva alto nel cielo e cercavo di seppellire i brutti pensieri che avevano accompagnato il mio ultimo periodo australiano con la prospettiva di un percorso quasi infinito. Ripenso al Vietnam e non posso che darti ragione, lì l'entusiasmo viaggiava costantemente su un altipiano di buonumore: l'afa di Saigon, i sorrisi sul Mekong, begli incontri, i colori di Sapa (oh Sapa!). Tutto bello, tutto facile.

Passando in Cina le cose sono lentamente cambiate. L'incontro con una cultura vastissima che aborre ogni forma del proprio passato e rasa tutto al suolo per poter ricostruire tutto più grande e più nuovo mal si adattava alla mia ricerca di uno stile di vita ancora ancorato al passato. Sono uscito dai percorsi più battuti e mi sono addentrato in zone che raramente vedono il passaggio dei turisti e se da un lato sono stato ripagato con una fetta di Cina che raramente gli occidentali vedono, dall'altro mi sono trovato svariate volte in difficoltà: a volte gli hotel non accettano i laowai e i bancomat non accettano le carte di credito straniere (quando ti ritrovi senza soldi a trecento chilometri dalla banca più vicina può essere un problema).
La censura e il divieto di usare gli internet cafè per gli stranieri ha avuto un effetto sconfortante sul mio umore: difficile, se non a volte impossibile, aggiornare il blog, laborioso mantenersi in contatto col mondo, penosa la velocità di connessione quando i miei programmi anticensura mi permettevano di connettermi senza restrizioni.
Da Shanghai in poi sono partito come una scheggia, ho visto la bruttezza dello stato di polizia e Pechino e in Tibet e non ho avuto molto tempo di soffermarmi a lungo nei posti in cui avrei voluto. In Tibet però ho trovato cieli blu e facce che raccontavano di un'esistenza difficile ma che coi loro occhi mi regalavano sensazioni magnifiche. Purtroppo in Tibet ho sofferto forse troppo del mal d'altitudine e tra fiato corto e mal di testa incessante ho accolto con piacere la confusione del Nepal aprirsi di fronte ai miei occhi.

Il Nepal! La vera, grande sorpresa del viaggio! L'itinerario da me scelto aveva due grandi perché: l'India e la Cina, due enormi paesi in cui ha poco senso passare due o tre settimane di vacanza; bisogna soggiornarvi un lungo periodo per incominciare minimamente a capire come funzionano e con un tempo quasi illimitato di fronte a me questa sembrava l'occasione giusta per scoprire i due paesi. Il Nepal era solo una piccola parentesi tra questi due giganti e invece… si è rivelato un posto bellissimo, di mille sorprese, tra i colori delle persone e le sue vette innevate. È proprio vero che a volte sono le nostre aspettative a rovinare le esperienze che viviamo.
Purtroppo, dopo aver goduto di un clima ideale in Tibet, una volta superata la barriera dell'Himalaya mi sono ritrovato in Nepal durante la stagione delle piogge e quindi non ho potuto approfittare delle lunghe camminate in montagna che qui si possono effettuare e mi sono limitato a passare da una cittadina all'altra e facendo solo brevi escursioni.
Le condizioni meteorologiche influiscono sull'umore del viaggiatore più di quanto uno possa pensare e il clima piovoso del Nepal rappresentava un costante fattore di tedio.
In Nepal ho subito anche le prime delusioni burocratiche: pensavo di ottenere senza difficoltà un visto per l'India di sei mesi, invece mi sono ritrovato con un'autorizzazione per solo tre mesi, per giunta a partire dalla data del rilascio. Va bene mi dico, passerò più tempo in Pakistan.

L'ingresso in India ha sancito un periodo diverso del viaggio. La compagnia di Chinnamasta e il fatto che mi spostassi in moto (la mitica Arianna) facevano sì che le esperienze fossero diverse e particolari. Viaggiare in moto in India (soprattutto per uno dai brillanti trascorsi motociclistici come il sottoscritto) equivale ad un tentativo di suicidio, però ti permette di scoprire posti e persone dove il normale turista che si sposta in autobus o in treno non può facilmente giungere. Non solo, la moto evita anche gli spiacevoli furti di cui tutti sono vittima in India sui mezzi di trasporto pubblici e l'incontro con la variegata feccia che assalta i turisti attorno alle stazioni. Chinnamasta, India e Arianna: un trinomio indissociabile nei miei pensieri. Chinnamasta, la compagna di riflessioni e l'estensione verbale della mia coscienza (il viaggio solitario impone la macerazione dei pensieri nel silenzio della propria mente, la presenza di una compagna permette uno sfogo quasi immediato). L'India, un paese che cambia ogni venti chilometri e che toglio ogni senso al significato di “India” come tentativo di racchiudere tutta questa diversità in un'unica parola, un posto che ti esalta e che ti sfianca, che ti stupisce con monumenti meravigliosi e che ti delude con la sporcizia dei propri paesaggi. Arianna, infedele compagna di migliaia di chilometri che ti riporta sempre alla realtà, guastandosi nei posti più improbabili e ricordandoti che niente può andare liscio come l'olio in India.
Se il cibo fino all'arrivo in India era sempre stato di mio gradimento, in India si trasforma in un piattume monogusto al sapore delle odiose spezie massala e non c'è scampo: ti segue ovunque.
Piena stagione dei monsoni in India: quattrocentosettanta chilometri sotto la pioggia da Amritsar fino a Delhi con rottura finale di Arianna in una pozzanghera alta due spanne metterebbero chiunque di malumore (ammirazione di Chinnamasta: “non conosco nessuno che non avrebbe pianto”).
Il mio buonumore e il mio entusiasmo però passano principalmente per la fotografia: quando faccio delle belle foto sono contento, quando faccio delle foto che fanno schifo mi deprimo. Una volta, una molto marzullesca Chinnamasta mi chiese “viaggi per fare foto o fai foto perché viaggi?” Di sicuro la prima: fare foto diventa una scusa per il viaggio e ti spinge a vivere esperienze che altrimenti non considereresti nemmeno e la macchina fotografica, nonostante la sua minacciosa forma, con quel suo obbiettivo che pare quasi la canna di un fucile, diventa uno strumento per incontrare la gente ed entrare in contatto con loro, a volte per quei dieci secondi che bastano a fare una foto, altre volte diventa la porta attraverso la quale si dipana un'avventura più grande.
In India fare foto brutte è quasi impossibile, c'è chi c'è riuscito, ma date in mano ad un cieco un apparecchio usa e getta e anche lui riuscirà a collezionare degli scatti degni di nota. In India scatto alcune delle mie migliori foto, anzi, di sicuro la miglior foto di tutto il viaggio, però passo un paio di bruttissime settimane quando la mia nuova e fiammante macchina fotografica, comprata a Shanghai, smette improvvisamente di funzionare a Varanasi: come un drogato sotto metadone supero le crisi d'astinenza grazie ad una compatta digitale che mi fa piangere ogni volta che scatto una foto e devo aspettare di arrivare fino a Delhi per poter riparare la macchina e ritornare alla vita, quella vera.
In India però ricevo poi la più brutta notizia di tutto il viaggio, ovvero che sarà impossibile ottenere il visto per il Pakistan: il viaggio che sognavo, quello che escludeva gli aerei come mezzo di trasporto, all'improvviso svanisce e devo trovare alternative frettolose che passano per complicati percorsi burocratici. Cerco un visto per l'Iran e mi rendo conto che non potrò ottenerlo prima che il mio visto indiano scada e per qualche giorno mi arrovello considerando le varie opzioni. Solo alla fine scopro che esiste la remota possibilità di ottenere un visto direttamente all'aeroporto. Rischio e incrocio le dita.
Abbandono l'India quando la stagione comincia e diventare ideale e il monsone è solo un brutto ricordo che tingeva il cielo di bianco. Di nuovo da solo con i miei pensieri.

Arrivo in Iran e, con un colpo di fortuna, ottengo un visto senza troppi problemi.
In Iran mi trovo di nuovo a combattere con la censura tanto che addirittura ventilo l'idea di abbandonare il blog a sé stesso: per caricare ogni foto ci metto almeno cinque minuti e a volte risulta addirittura impossibile pubblicare gli articoli. Non vi dico le incazzature e il numero di tastiere prese a pugni.
In Iran trovo la conferma di quanto dettomi da altri viaggiatori e incontro una quantità di persone squisite, gentili e disponibili che però mi raccontano di una vita difficile, vissuta tra mille sotterfugi per scappare al regime e trovare una parvenza di normalità: vivo molto empaticamente le loro emozioni e mi adeguo alla linea di condotta ufficiale che vieta ogni forma di felicità. Solo Gugliemina Tagliente porta con sé una corta ventata d'allegria ma anche i primi discorsi sul futuro e sul rientro.
In Iran arriva anche il freddo e incomincio a ricoprirmi di strati: l'unica felpa del mio guardaroba incomincia a scaldarmi ad Isfahan e ancora non m'ha abbandonato. Ormai è talmente logora e piena di buchi che a volte ho la netta sensazione di assomigliare ad un barbone ma mi ci sono affezionato e dà credibilità alla mia storia di viaggiatore indipendente.
Anche il cibo, di cui gli iraniani vanno tanto fieri, ma che si può gustare solo tra le mura domestiche, mi stanca e quando arrivo in Turchia sono contento di aver lasciato dietro di me quaranta giorni di riso e kebab.

L'ingresso in Turchia però vuol dire far avanzare le lancette dell'orologio di un'ora e mezza e se sono contento di tornare in una società più libera e senza censura è decisamente deprimente ritrovarsi senza luce alle tre di pomeriggio.
In Turchia il freddo è intenso e si affaccia una nuova componente fin'ora sconosciuta durante il resto del viaggio: la fretta. Sono riuscito a convincere mia madre ad incontrarmi in Giordania per il periodo natalizio e così viaggio rapidamente e superficialmente da un posto ad un altro, attraversando la Siria (quasi sempre sotto la pioggia) come un lampo e affrontando le difficoltà della fotografia in Medio Oriente.

La Giordania è una vacanza all'interno del viaggio. Smetto di spostarmi come una saetta e passo due tranquille settimane. Vedo due tra i posti più belli incontrati sul mio percorso, Petra e Wadi Rum e il panorama della Giordania diventa una scusa per passare un po' di tempo con una madre troppo apprensiva che riesco a far ripartire felice. Il tempo passato con mia madre è stato prezioso ed importante però la sua presenza parla già di rientro: con lei viaggiano tutte le domande su un futuro incerto e che diventano una costante nel resto del viaggio.
A questo punto del mio percorso comincio a pensare all'Africa e a come, se non avessi degli affetti che mi aspettano a casa, una volta arrivato qui avrei continuato alla scoperta del continente nero: in tutte le tappe del mio viaggio ho visto con una certa disillusione i frutti di una modernità imposta che ha snaturato la cultura e le tradizioni dei popoli da me visitati, in Africa forse ci vorrà ancora qualche anno e mi dico che sarebbe il momento giusto per partire alla sua scoperta. Il senso del dovere da una parte e quello di non volermi trasformare in un alienato viaggiante mi fanno riprendere il Nord. È la prima volta durante il viaggio in cui non posso seguire i miei istinti.

Il Libano e le sue storie di guerra sono un'altra parentesi in cui l'empatia influenza l'entusiasmo, tanto che non riesco neanche a godere appieno della vibrante vita notturna che offre il paese.

Il rientro in Siria mi vede ai minimi storici del viaggio in termini di entusiasmo, avanzo a fatica e comincio a non poterne più del freddo. Solo la scoperta di Mar Musa mi rigenera anima e corpo: dieci giorni di silenzio e meditazione in cui alcune delle domande che riguardano il futuro trovano una risposta. Strapparsi da quella valle e da quel silenzio però non è facile e avanzo con difficoltà almeno fino in Cappadocia dove mi aggrappo alle piccole cose, ai gesti di gentilezza, ai sorrisi, ai volti fotografati per trovare la forza necessaria al proseguimento.
In Cappadocia mi ritrovo di nuovo in un paesaggio idilliaco: quello che deve essere un inferno turistico durante la bella stagione si presenta come un deserto di neve e di ghiaccio tutto per me e, tra camminate infinite e bagnate, ritrovo un po' di quella forza persa durante il periodo medio-orientale.

Istanbul rappresenta un altro momento in cui le riflessioni sul futuro occupano gran parte dei miei pensieri (ah, è proprio vero, come diceva il saggio, che “se ciascun l'interno affanno sulla fronte scritto avesse, quanti mai che invidia fanno ci farebbero pietà”): ritrovo amici carissimi e passiamo momenti al contempo esilaranti e profondi che però mi riportano bruscamente ad una realtà abbandonata da troppo tempo: è come se il cammino sin qui fatto non esista e la tentazione di gettare la spugna e prendere un volo dalla normalità creatasi ad Istanbul a quella italiana è forte.

Il seguente passaggio in Grecia di certo non mi aiuta. Mi trovo confrontato a prezzi diventati per me assurdi in questi ultimi mesi e ad una realtà che per me non ha niente di speciale. Fotografo svogliatamente e visito con una certa freddezza luoghi che in una vita precedente mi avrebbero sicuramente meravigliato. Questo è un altro rischio di un viaggio del genere, si corre il rischio di diventare blasé e di non riuscire più a godere delle cose belle della vita, per quanto non magari sublimi come le esperienze passate.

L'arrivo in Macedonia per fortuna mi regala una realtà più vera, un mondo in cui la gente ti osserva curiosa e i sorrisi si sprecano. Un saluto per strada illumina il volto di chi prima ti guardava in cagnesco e fa sentire i passi ancora più lievi.

La salute può giocare un ruolo fondamentale: io, che soffro di mille allergie, non sono mai stato male, mai uno sternuto durante tutto il percorso (tanto che penso di essere allergico a casa mia…) e, se si esclude il costante melodramma intestinale e l'infezione al piede in India (amorevolmente curata dalle lacrime e dalle carezze di Chinnamasta), ho sempre goduto di ottima salute.
Nel periodo immediatamente successivo alla mia uscita dall'India e almeno fino alla Turchia praticavo yoga regolarmente, il che mi faceva sentire molto in forma. Una volta entrato in Turchia però, la dimensione delle camere, negli hotel cinque stelle lusso che potevo permettermi, diventava sempre più piccola tanto da non permettere più i miei esercizi mattutini. Smettere di fare yoga ha avuto quasi da subito un effetto negativo sul mio fisico e dopo un lunga passeggiata fino al monastero di Sumela, in Turchia, vicino a Trabzon, mi risveglio con uno strano dolore al petto. Ecchessarammai? Un infarto? Un tumore? Sto morendo? Va e viene, aumenta e diminuisce, niente di insopportabile ma abbastanza per mandare un ipocondriaco (che per fortuna non sono) in paranoia. Proprio non se ne va e ci metto un bel po' a capire che le fitte al petto sono provocate dalle lunghe giornata a camminare con la macchina fotografica appesa al collo: la mancanza di esercizio ha indebolito i muscoli del collo e il peso della mia compagna di viaggio ha provocato una cervicale che si manifesta con delle fitte al torace (viva Google). Esclusa la possibilità di una morte immediata vivo il dolore più tranquillamente, cambio la maniera di trasportare la macchina e il male sparisce.

Anche la lingua influisce notevolmente sul mio umore e a volte diventa davvero frustrante l'incapacità della comunicazione, per lo meno con le persone che più spesso incontrerai durante il viaggio: il cameriere, il tassista, l'autista di autobus, il bigliettaio, il passante a cui chiedere indicazioni (lo ammetto, non esattamente la fascia colta della popolazione). Al contempo, in un viaggio come questo uno non può pensare di imparare il vietnamita, il cinese, l'hindi, il turco e l'arabo, così, nel giro di due settimane.
In Cina avevo fatto qualche timido sforzo, che è stato comunque ripagato, ma non andavo più in là di una presentazione di base e a capire più o meno da che parte dovevo andare.
In India, aspettando l'arrivo di Chinnamasta, ho imparato l'alfabeto devanagari (che mi è servito nelle zone più rurali dell'India… ma solo dove l'hindi è la lingua principale!) e qualche parola a caso. La presenza di Chinnamasta ha interrotto gli sforzi per imparare l'hindi però ha reso l'impossibilità di parlare con i locali meno pesante.
Il farsi, la lingua che si parla in Iran, è molto simile all'hindi ma con un alfabeto arabo: per fortuna ho trovato persone colte che parlavano inglese molto bene e con le quali sono riuscito ad andare al di là dell'inglese semplificato da viaggio sviluppato fin qui.
L'ingresso nella Turchia orientale è stato un disastro dal punto di vista linguistico: nessuno, nessuno, dico nessuno che parlasse una parola d'inglese e anche a gesti faticavo molto a farmi capire. Vorrei dire, entro in un hotel coi miei bagagli, secondo te cosa voglio? Mezz'ora c'ho messo a spiegare al receptionist di Kars che volevo dormire lì! O se sono al ristorante e faccio segno di scrivere per aria, cosa succede in tutto il resto del mondo? Ti portano il conto, a Dogubayazit invece no: tutti i camerieri vanno in subbuglio e dopo mezz'ora di concitate ricerche ti portano… una penna! Solo qualche timido bambino osava rivolgerti la parola per strada con un quanto mai sibillino “what is this?” al quale non sai mai bene come rispondere.
In Medio Oriente, invece, quasi tutti parlano bene inglese e i caratteri arabi che ti circondano non diventano un grande problema (oltre al fatto che qualche anno fa, in un momento di noia, feci un corso di arabo per cui almeno un cartello lo so leggere, non capisco il senso di quello che leggo ma so distinguere i caratteri!).
Dalla Turchia occidentale in poi l'inglese diventa quasi una seconda lingua per tutti ed è facile trovare qualcuno con cui scambiare due chiacchiere, ma risulta sempre difficile abbandonare le chiacchiere superficiali e fare dei discorsi più seri.
Vorrei fare un esperimento una volta arrivato in Italia: fingermi straniero e vedere quanta gente con cui i turisti vengono a contatto effettivamente parla inglese, così per avere un metro di paragone con gli altri paesi fin qui visitati, ma temo il peggio…

E poi c'è il blog, la mia croce e la mia delizia, a volte quasi un lavoro. Lo strumento inizialmente nato per mantenere i contatti tra amici e parenti e per non ridurre quest'esperienza ad una serie di foto caricate su facebook, si è trasformato in una vera e propria passione che non solo mi ha permesso di scaricare le emozioni del viaggio, ma anche di ricordare (dire che ho una memoria particolarmente volatile è un eufemismo) ma anche di intessere amicizie virtuali con persone che sento affini e che spero prima o poi di incontrare (leggasi, di farmi invitare a cena). Per quanto riguarda le amicizie però, il blog si è diventata anche una delusione: quando persone che ritenevi care ti dicono “di non aver ancora avuto il tempo di dargli un'occhiata” ti fa male e devi cercare davvero nel tuo forte interiore quali siano le ragioni che ti legano a quelle persone e decidere se vale la pena di continuare a credere in un'amicizia parziale o se scegliere il percorso del distaccamento buddhista.
Scrivere è stato bello, farvi vedere le foto anche, mandarvi le cartoline pure.
Il rapporto tra blog ed entusiasmo però è complesso: scrivo sempre a qualche giorno di distanza e non sempre è facile convogliare lo stato d'animo in cui mi trovavo al momento degli eventi. A volte sono felice, sereno e rilassato e mi trovo a scrivere di istanti in cui il mio umore era l'esatto opposto e viceversa. Mantengo anche un diario di bordo personale, noioso e fattuale (del tipo “ho fatto questo e ho fatto quello, ho visto questo e mangiato quello” ehm… *tosse* *tosse* ehm… come d'altronde *tosse* sono molti blog di viaggio! ci sono cascato anch'io più del dovuto ma se non altro c'erano le foto a tenervi compagnia) che solo raramente coincide con pagine del blog e a volte l'esercizio di ricostruzione mi fa sentire quasi schizofrenico. Per questo, penso, molti viaggiatori si trovano di fronte all'incapacità di descrivere un viaggio simile una volta tornati a casa: le sensazioni vissute sono lontane migliaia di miglia dalla realtà che uno si trova tutto ad un tratto a vivere nella propria “normalità” e spesso subentra quella bestia insidiosa della “depressione da rientro” che non è proprio facile da domare.
Spero che l'esistenza del blog possa rendere il rientro più lieve: tutti gli sventurati che oseranno chiedermi “allora? Racconta un po'…” saranno obbligati ad una lettura forzata del blog senza pause per andare in bagno e con interrogazione finale e bastonata sulle nocche per ogni risposta sbagliata. Se mi incontrate al ritorno per favore non fatelo, appartiene al dominio delle domande stupide, vietate nella mia dittatura personale. L'altra domanda stupida del momento è “adesso dove sei?” che denota veramente scarsa fantasia e poca pazienza.

Ecco, caro Francesco, quali sono i fattori che definiscono il mio entusiasmo che come giustamente noti era ai suoi massimi livelli in Vietnam ed è andato più o meno lentamente calando, anzi, ha subito forti oscillazioni che mi ritrovo ora a tracciare, da bravo nerd che sono, su un lungo foglio di carta, procuratomi dal cameriere di questo ristorante macedone in cui mi trovo a mangiare e ad ascoltare le castronerie che provengono dal tavolo vicino (del tipo “my son is my best friend”, spero che il figlio invece qualche altro amico ce l'abbia), il grafico del mio entusiasmo in funzione del tempo, che oscilla e va su e giù come un ottovolante. Però come vedi non può essere solo l'entusiasmo a spingermi: le ragioni devono essere altre e spero si siano capite nel resto del blog.

Magari quando tornerò e avrò un sacco di tempo da sprecare rileggerò il mio diario e darò ad ogni giorno un voto da uno a dieci e poi traccerò un grafico più preciso del mio umore.
O magari no.

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9 responses to Su e giù va l'entusiasmo
  1. anonimo says:

    Non ho capito le tue reali intenzioni. Te l'ho già detto: la vita è fatta soprattutto di legami, affetti, radici e responsabilità. Non mi piace mettere in piazza ( in rete) i miei sentimenti, ma ho bisogno del tuo ritorno. 
    Mamma

  2. anonimo says:

    @Matteo: penso che questo viaggio per te sarà un'impressione a fuoco sulla pelle della tua vita. Gli alti e bassi, anche in viaggio, sono fisiologici. Hai scritto una cosa bellissima sull'India, che condivido: l'India che cambia a ogni venti chilometri, e che non si puo' racchiudere in una sola parola. Viaggia, scrivi, e facci partecipi, anche a noi che al momento siamo fermi. Per la tua mamma, posso solo dire, che tutte le mamme dei figli in viaggi aspettano in eterno, prima o poi torniamo però. 🙂
    Clara, la tabacchina

  3. anonimo says:

    Per esperienza ti posso dire che emozioni, impressioni, momenti particolari, belli o brutti che siano, te li porterai dentro tutta la vita. Sono tuoi vissuti e ormai fanno parte di te. Però èanche bello tornare ad affetti rassicuranti. A presto!

  4. usadifranciRDD says:

    il viaggio è prima di tutto dentro se stessi e non sarai mai in grado di trasmetterlo. un poco frustrante. ed un poco anche meraviglioso conservare dentro di se questa sensazione…

    vedrai che il ritorno vero sarà meno duro di quanto credi. i dubbi si sciglieranno senza che tu possa farci nulla. cosi. senza alcuna ragione^^

    ci vediamo per una cena a base di gorgonzola!

  5. anonimo says:

    @usadifranci
    ma in Turchia c'è mica la censura?
    com'è che il tuo blog proprio non mi si apre?
    http://twitter.com/#!/kailai/status/49953214602289152
     
    cioè, il blog SI APRE, ma mi dice che è bloccato per volere del tribunale.. mah! 
     

    @matteo
    belle parole e belle sensazioni.. penso di capire cosa hai provato; penso di aver provato ciò che hai descritto..
    Nulla a che vedere con la settimana a Malindi per farsi venire la "r" moscia e la pelle nera, insomma.. 

    Vorrei evitare di scrivere delle banalità, ma il viaggio, così come penso di intenderlo, è soprattutto crescita. Interiore.
    Viaggiamo per alimentare di continuo l’anima, drogati di esperienze ed emozioni. Gioia, dolore, stupore e delusione, in un continuo altalenarsi di incontri stupefacenti e compassionevoli delusioni: tutto contribuisce a rendere “memorabile” l’esperienza del “movimento”.
    Mangiare, bere, sudare, correre, pedalare, camminare, tremare e ansimare..  anche queste sensazioni fisiche contribuiscono ad amplificare questa esperienza mentale, sensoriale e spirituale del viaggiare.

     
    Non c'è droga migliore per godere di tutto ciò con estrema lucidità e convinzione, in culo al perbenismo o ai modi di fare della gente "normale”.
    Non c’è niente che ci spinge a viaggiare come quel momento in cui si realizza davvero di stare cambiando in qualche cosa di diverso.. come l’attimo in cui si apprezza la bellezza del mondo e la dedizione dei propri sforzi e si gode, nella consapevolezza più assoluta, del sentirsi di nuovo VIVI.
     
    Godi di questi momenti e conservali come meglio puoi, perché una volta assaporata la libertà avrai sempre la tentazione di ripartire. 

  6. andlosethenameofaction says:

    @Michele: Il blog di Francesca riuscivo a vederlo senza problemi in Turchia, mi sa che ultimamente deve aver fatto arrabbiare i turchi (PS: tanto tempo fa Youtube era censurato ma al mio passaggio funzionava). Se ti serve un programma anticensura cerca "ultrasurf" (se il tuo antivirus non decide di sopprimerlo) funziona bene, se non riesci a scaricarlo te lo mando via mail.

  7. anonimo says:

    ciao matteo,
    perchè tra un alto e un basso d'umore
    un saluto magari può farti piacere [o magari no]
    per la sensazione di sapere che c'è qualcuno
    oltre quest'asettica pagina scritta su un blog.
    barbara

  8. andlosethenameofaction says:

    M'hanno fatto piacere i saluti, i commenti, le visioni di viaggio, i messaggi ricevuti privatamente e financo il melodramma di mia madre!
    Ma Francesco dov'è?!?

  9. usadifranciRDD says:

    @#5…
    che onore essere censurata! come se fossi piena di commenti profondi…bho! non saprei, sei il primo a segnalarmi cotanto problema!
    riprova 😉