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Tu guarda là, io vado a Candovan

Tu guarda là, io vado a Candovan
Alla reception faccio l'errore di salutare un altro turista, Greg, un neozelandese che in pochi minuti riesce a darmi davvero sui nervi e mi fa rimpiangere la mia socievolezza da viaggio, quella che mi impone di parlare assolutamente a tutti. Inizia tutte le sue frasi con “the book says…”, (e quando dice book, lo so che quella cacchio di B per lui è maiuscola), si riferisce alla Lonely Planet e pare incapace di fare qualsiasi cosa che non sia menzionato nella guida. Mi segue per le strade di Tabriz mentre cerco un posto per fare colazione prima di andare a Candovan: the Book says che la panetteria è dall'altro lato, the Book says che devi passare tutta la giornata a Candovan e che adesso è troppo tardi per andarci, the Book says che non puoi andare a Jolfa e poi passare il confine con la Turchia, the Book says che… sei un perfetto imbecille e mi chiedo come tu abbia potuto sopravvivere fino a qui!
Esasperato, metto in atto uno stratagemma imparato alla fine degli anni Novanta che si chiama “guarda là e salta sul primo taxi” che consiste nel puntare il dito alle spalle di Greg, esclamare con tono sorpreso “guarda là” e tuffarsi sul primo taxi di passaggio prima che lui si rigiri, come d'altronde il nome della mossa spiegava benissimo. Quasi un trucco ninja. Sapevo che prima o poi mi sarebbe stato utile.
Lascio Greg e gli strani piccioni di Tabriz dalle zampe piumate dietro di me senza nessun rimpianto: sono felice di essermi sbarazzato di questo peso a forma di turista e passo una fantastica giornata in compagnia della mia solitudine.

Tu guarda là, io vado a CandovanTu guarda là, io vado a Candovan Candovan è bellissima: un insieme di aguzze formazioni rocciose al cui interno sono state scavate delle abitazioni. Stupendo, forse il posto più bello che ho visto in Iran. Passeggio tra i suoi vicoli, un po' reticente a scattare foto per non turbare la pace di questo villaggio atipico. Finisco nel cortile di una casa dove un uomo sta lavorando alla costruzione, anzi allo scavo, di un nuovo appartamento; è socievole e va in brodo di giuggiole quando gli dico che vengo dall'Italia: mi sta subito simpatico perché è uno dei rari che non mi dice subito “Del Piero!” o “Totti!” o “AC Milan!” appena viene a conoscenza delle mie origini e mi risparmia la fatica di spiegare quanto il calcio faccia male all'Italia. Mi dice “Italy good” e mi invita a casa sua per un tè. Conosce forse quattro parole quattro di inglese ma riusciamo a comunicare abbastanza bene. Gli piacciono i turisti e mi mostra due cartoline che ha ricevuto da Praga. Quando lo ringrazio per il tè e sto per partire mi fa cenno che la moglie ha preparato da mangiare anche per me. Mi accomodo nella loro camera da letto che funge anche da sala da pranzo e, a gambe incrociate, faccio onore alla non meglio identificata zuppa e ad un piatto molto simile al mio piatto iraniano preferito, il dizi, un miscuglio di carne, verdure e legumi pestati assieme a formare una pappetta che viene spalmata sul pane locale, solo che nella versione che mi presentano non ci sono i ceci. Ottimo. E per concludere il pasto, dopo che la moglie s'è ritirata in un'altra stanza per stare in compagnia della sorella che è passata a trovarla, un bel narghilè che fa girare la testa ad entrambi. Sogna l'Italia e dice “Ahmadinejad? No good. Khamenei? No good. Khomeini? Mhhh… no good. Shah? Good!” e con gli occhi sgranati si ricorda di quando lo Shah arrivo nel villaggio per una breve visita, ormai più di trent'anni fa, in elicottero (se sei lo Shah devi viaggiare in stile, ovvio).
Mi prega di non pubblicare nessuna foto sua o della famiglia e nonostante siano molto belle, per non causargli problemi di sorta, obbedisco.
Quando davvero è ora di partire lo saluto calorosamente e per dirmi addio mi da tre baci sulla guancia.

Tu guarda là, io vado a CandovanTu guarda là, io vado a Candovan 

Tu guarda là, io vado a CandovanTu guarda là, io vado a CandovanTu guarda là, io vado a CandovanTu guarda là, io vado a CandovanTu guarda là, io vado a CandovanTu guarda là, io vado a CandovanTu guarda là, io vado a Candovan

Giro per il resto del villaggio e incomincio ad avere davvero freddo quando vedo una faccia occidentale insieme a tre iraniani, il numero perfetto per accogliere un passeggero in più in caso abbiano una macchina. Mi date uno strappo verso Tabriz? Certo. Lui è Lars, venticinque anni, danese, allampanato e dagli occhi grandi, è qui ma non sa neanche lui bene perché: ha seguito uno dei tre iraniani quasi per caso, dopo aver preso un tè con lui nel suo negozio.
Lars guarda con gli occhi spalancati le modeste case intagliate nella roccia e mi dice che la Cappadocia, in Turchia, è identica: verificherò.
Il gruppo di iraniani svaligia un negozietto comprando miele e noci mentre il ragazzo che guida riempie due taniche con l'acqua di una sorgente locale, dalle proprietà miracolose. Ne bevo un paio di sorsi, non si sa mai.
Quando saliamo in macchina il riscaldamento mi riporta alla vita e con una guida, stranamente, tranquilla e delle serene chiacchiere di viaggio torniamo a Tabriz.

Alla porta d'ingresso dell'hotel incrocio Greg, che non pare molto contento di essere stato la vittima di “guarda là e sali sul primo taxi”, ma non gli do tempo di tediarmi con uno dei suoi the Book says. Gli dico che ha una scarpa slacciata e corro a chiudermi in camera prima che lui alzi la testa.

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5 responses to Tu guarda là, io vado a Candovan
  1. anonimo says:

    Scommetto che nella non meglio identificata zuppa c'era il mio amato CORIANDOLO!!!

    dopo questa, posso anche non firmarmi 🙂
    F

  2. november1 says:

    Questa mattina ho ricevuto la tua cartolina 🙂
    nonostante tutto le poste italiane me l'hanno fatta recapitare (e i francobolli non erano neanche timbrati!)

    a presto,
    laura

  3. andlosethenameofaction says:

    @F anonimo: no invece! Nel gruppo di supporto sul coriandolo ne ho incontrati tanti! Adesso sono guarito però e se vuoi ti insegno come si fa.
    @November1: mai dubitare, mai dubitare…

  4. NoRupies says:

    una volta io adottai una tattica diversa: un deficente del genere me lo sono portato dietro.
    perché?
    perchè così mi è stato possibile vagare indistrurbato per i ruderi di takt-i-bea mentre la frotta dei uere are iu from, uots ior neim, venditori di monete dell'era dinosaurica, piatti dell'ultima cena, pantaloni, piantine, ghiaccio intero oppure a piccoli blocchi, collane della immensa fortuna, guide turistiche and so on stringevano d'assedio il mio avatar vivente…

  5. andlosethenameofaction says:

    Miiii Sivlio che rischio hai corso! Immaginati se ti fosse pure toccato difendere il tipo. Però il rischio è valso la candela. Ma io questa fortuna, anzi, questa pazienza proprio non ce l'ho più,,, preferisco andare sul sicuro 🙂