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Ultimi giorni in Iran e cambio di gesti

Passo un paio di giorni molto tranquilli a Tabriz, perdendo più tempo del dovuto a lottare contro la censura iraniana (per caricare le foto sul blog ci metto quasi cinque minuti per ogni file, tra continue connessioni e riconnessioni del mio bel programmino anticensura) e a fare lunghe passeggiate a caccia di ombre e curiosità.

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Riesco magistralmente ad evitare Greg durante la mia permanenza e oggi decido di lasciare Tabriz e forse anche l'Iran.
Salto su un taxi con zaini al seguito e mi faccio scaricare alla stazione degli autobus, prendo il primo savari che parte verso Jolfa (l'omonimo quartiere armeno di Isfahan è stato così battezzato in seguito al gran numero di artigiani provenienti da questa città che mi aspetto bella e pittoresca ma che si rivela essere un incrocio di due brutte strade senza molto da offrire) e da lì, dopo infinite contrattazioni, un simpatico autista baffuto mi porta verso la chiesa (sì, chiesa) di Santo Stefano, al confine con l'Armenia, che voglio vedere prima di lasciare il paese. La nostra macchina attraversa paesaggi davvero bellissimi e al di là del fiume che costeggiamo (si può costeggiare un fiume o si può solo spondeggiare?) non è già più Iran: l'Armenia mi fa un occhiolino con le sue belle montagne ondulate.

La chiesa di S. Stefano è un piccolo monastero del XIV secolo protetto dai monti circostanti; una salita di sassi e foglie ingiallite conduce alle sue porte, gli iraniani del fine settimana, carichi di cibarie, samovar e tappeti sfidano le pendenze dell'erta alla ricerca di un posto ideale per il loro picnic (che come sappiamo non ha bisogno di essere tanto ideale alla fin fine).
Per la prima volta dall'inizio del viaggio una nuvoletta di vapore si forma durante i miei lunghi sospiri.
Mi fanno entrare senza pagare il biglietto dopo avermi chiesto “Tedesco? Italiano? Allora entra pure”, in una logica che mi sfugge. Passeggio col naso all'insù cercando l'ispirazione dello spirito santo per decifrare i caratteri arzigogolati che adornano la facciata e le cappelle interne, ma in vano. Quando sto per abbandonare il complesso un viso interessante attira la mia attenzione: non si vedono molti uomini dai capelli lunghi in Iran. Mi avvicino e chiedo se posso fargli una foto. Senza dire una parola, ma con sguardo benevolente, accetta e si mette in una posa consumata che indica esperienza come soggetto fotografico. Mi parla in un inglese stentato e mi fa capire che di lì a poco andrà in vari paesi d'Europa a tenere dei seminari su Dio (niente popò di meno) da un punto di vista prettamente non islamico. Dopo qualche minuto veniamo raggiunti dai suoi “discepoli” tra cui una ragazza che parla piuttosto bene inglese. Quando, a mo' di battuta le dico che il suo maestro assomiglia ad Osho, mi spiega che non solo assomiglia fisicamente al ben più noto indiano ma anche le sue idee sono sulla stessa lunghezza d'onda (e tra l'altro, mi dice anche di essere stata nell'ashram di Pune). Non apprezzo molto l'Osho vero ma quello iraniano mi sta molto simpatico e al momento di salutarmi mi stringe tra le braccia e mi stampa tre baci sulle guance.

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Abbandono il convento di Santo Stefano e pieno di buona volontà decido anche che è arrivato il momento di abbandonare l'Iran; un giorno in anticipo rispetto alla scadenza del visto, ma ho voglia di un po' più di libertà e immagino la birra che mi berrò seduto ad un tavolino all'aperto per celebrare il passaggio di frontiera.
Dopo una serie infinita di taxi, minibus, elicotteri e palloni aerostatici (forse the book ha ragione quando dice che non si può andare da Jolfa fino a Maku direttamente…) arrivo alla frontiera. L'ultimo tassista mi chiede una cifra esorbitante per gli ultimi dieci chilometri (fesso io che per una volta non ho chiesto in anticipo coll'universale (meno che in Giappone dove vuol dire “vuoi fare sesso con me?”) gesto di pollice e indice sfregati quanto mi sarebbe costata la corsa): dopo averlo insultato un po' gli getto tutta la cartaccia che mi resta nel portafogli e procedo verso la frontiera.

Alle frontiere, il lento mutamento di visi e costumi che accompagna il viaggiatore si interrompe e nel giro di pochi attimi viene svelato un universo completamente nuovo: una lingua diversa, un nuovo gesto per segnalare apprezzamento (il pollice alzato in Iran equivale al nostro dito medio e va assolutamente evitato, il segno di OK in Turchia è considerato un invito alla sodomia e meglio non usarlo: qui per dire “che bello” o “che buono” si devono chiudere le dita a mazzo e muovere su e giù la mano, come fanno i romani quando dicono “ao, machestaddi'?”), soldi con altri nomi, tariffe diverse, nuove possibilità nel paese che si presenta e rimpianti lasciati in quello appena abbandonato.

Il passaggio tra le due frontiere si fa senza problemi o attese, devo solo evitare gli assalti di un gruppo di iraniani che vuole a tutti i costi superarmi e aspettare che finisca la partita di pallavolo Iran-Giappone degli Asian Games che occupa la polizia più del mio passaporto.
All'ingresso in Turchia ricevo la brutta notizia che per adeguarmi all'ora locale devo tirare indietro le lancette di un'ora e mezza: ciò non solo significa che adesso un solo fuso orario mi separa dall'Italia (erano dodici in Australia) ma anche che alle quattro di pomeriggio è già buio pesto.

Senza guida e con poche informazioni sulla Turchia riesco comunque a trovare un passaggio per Dogubayazit, a quaranta chilometri dal confine, nel kurdistan turco. Nella nebbia che mi accoglie, entro nel primo internet cafè (in una pratica che diventerà ricorrente), luogo in cui è più probabile che parlino almeno un po' d'inglese, e col solito gesto dell'avvitamento/svitamento della lampadina (che significa smarrimento) e sguardo confuso chiedo “cheap hotel?” e me ne indicano una sfilza non lontano da dove mi trovo.
All'hotel mi fanno lo sconto.
Mangio il miglior pasto da mesi a questa parte.
Quando accendo il computer noto, incredibile, la presenza di diverse reti wi-fi.
La Turchia ed io incominciamo decisamente col passo giusto!
E la sera, dalla mia camera d'hotel, sento dei rumori inconsueti giungere al mio orecchio, come una sorta di melodia fortemente ritmata, aspetta un momento… come si chiamava? L'Iran me l'ha fatto dimenticare… ah, sì! Quella che giunge dall'altro lato della strada è musica! Musica dal vivo che viene da un bar!
E mi son pure dimenticato di bermi la birra di benvenuto! Ma ho fatto come i locali e finito la serata con un bicchierino di tè ed una zolletta di zucchero sotto la lingua.

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2 responses to Ultimi giorni in Iran e cambio di gesti
  1. anonimo says:

    tu non sai apprezzare il reggaeton iraniano e me ne dispiaccio moltissimo. GT

  2. andlosethenameofaction says:

    GT il reggaeton proveniva solo dalle macchine in corsa dei tamarri iraniani di cui tu perdutamente ti invaghivi, non dai bar di strada. E poi che ne sai di quanti CD di reggaeton iraniano mi sono comprato? aaaaahhh sì, morirai di invidia a vedere la mia collezione 🙂