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Ultimo giorno a Pechino

Devo partire da Pechino se voglio arrivare in tempo a Xining e questa è la mia ultima giornata.
Troppo poco il tempo dedicato alla capitale ma non ci posso fare niente, potrei prendere un volo ma sarebbe contro le regole non scritte di questo viaggio.
Noleggio una bicicletta per la mia ultima giornata e voglio serenamente perdermi tra i dedali di Pechino, tra uno hutong ed un altro. Gli hutong sembrano piccoli villaggi sospesi nel tempo, che si espandono vasti in prossimità di grandi strade o palazzi. Pechino si estende a dismisura ed è solo in questi ultimi anni che ha cominicato a ricercare la terza dimensione: per molti anni un editto impediva alle costruzioni della capitale di superare in altezza il palazzo dell'imperatore.
La meta della giornata è il settore 798, una vasta zona industriale riabilitata che contiene moltissime gallerie d'arte e bellissimi spazi espositivi. Con le gambe ancora in pappa dalla camminata sulla Grande Muraglia ho faticato parecchio a pedalare fin qui (complice il fatto che, come al solito, mi sono perso quarantasette volte e ho allungato il percorso di almeno una decina di chilometri) e stavo quasi per rinunciare pensando alla delusione prossima ventura di un'arte contemporanea che non riesce a staccarsi da quelle due o tre immagini che si vedono ovunque (se vedo ancora un'altra copia del dipinto ad olio in toni di grigio del bambino che tiene un filo rosso tra le mani a formare una stella giuro che vomito). La zona delle gallerie di Shanghai da questo punto di vista era stata abbastanza deludente, copie su copie di ciarpame che si vede ovunque, ma per fortuna quella di Pechino presenta solo opere originali ed interessanti, esposte in spazi moderni e stilosi. Artisti da tutto il mondo espongono qui e sono innumerevoli le mostre a tema. Il mio unico rammarico è vedere che quasi tutte le foto esposte sono in bianco e nero: basta, c'avete rotto, releghiamo il bianco e nero alla storia della fotografia, è troppo facile fare una bella foto in bianco e nero, arridateci il colore.

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Sarei serenamente rimasto fino a tarda sera in questo posto ma devo affrettarmi per prendere il treno. Pedalo a tutta velocità verso l'ostello, realizzo di non avere il tempo di gustarmi l'anatra alla pechinese che ho fatto girare sullo spiedo della mia immaginazione per tutto il dì e, stupore stupore, mi rendo conto che il treno parte da una stazione molto più lontana di quella in cui sono arrivato e devo partire adesso subito subitissimo sennò tutti i miei piani saltano.
Taxi, traffico infernale, ci muoviamo a passo d'uomo e quando vedo la stazione in lontananza mi sembra più saggio farmi l'ultimo tratto di corsa: schivo centinaia di migliaia di rompiballe col trolley (oh, c'avete scassato la fava con 'sti trolley: occupate troppo spazio e mi capitate sempre tra i piedi. Promemoria per dittatura: vietare i trolley. Concessi solo con permesso speciale a donne coi tacchi, bambini (perché i bambini son carini col trolley piccolo e rosa o azzuro e se davvero t'intralcia è facile farlo volar via con un bel calcione) e francesi), scivolo (pattino a dire il vero) sul marmo lucido della stazione e quasi per miracolo mi ritrovo, in un bagno di sudore, seduto sul treno dopo aver scacciato l'abusiva seduta al mio posto. A questo giro niente cuccette di lusso, niente cuccette tout court, sono nel vagoname proletario, almeno io sono seduto ma i poveracci che non hanno potuto prenotare un posto a sedere (o non possono permetterselo) si accasciano al suolo, si stendono sugli amici o vanno a dormire in bagno.
Tra la puzza di piedi, il fiato mortale dei pechinesi (qualcosa di diverso devono mangiare dal resto dei cinesi, non è possibile…) e i sedili che non si possono reclinare dormo pochissimo e ho un sacco di tempo per pensare alle anatre non mangiate e alla prossima volta in cui tornerò a Pechino: abbiamo fatto pace come si deve alla fine, ma non è ancora un'amica e mi toccherà dedicarle ancora del tempo.

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2 responses to Ultimo giorno a Pechino
  1. anonimo says:

    a volte mi chiedo se ci hanno separato da piccoli. 
    la "dittatura ideale " era una mia idea 🙂 

  2. andlosethenameofaction says:

    Dai, quando torno ci troviamo e facciamo la lista.