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Uomini e criceti

Nel mio ultimo giorno a Tirana mi perdo tra le costruzioni sgargianti del quartiere universitario, un insieme di casermoni di cemento ravvivati dai più sgargianti colori: rosso, fucsia, azzurro, motivi floreali e di linee che si inseguono.
Al di là dell'ultimo parallelepipedo con finestre, Tirana si trasforma in una città di campagna dove vecchie millenarie dai vestiti tradizionali portano al pascolo le mucche o le capre e signori in giacca rivoltano le zolle del proprio orto.
Anche qui, come nelle zone più rurali dell'Albania appaiono sulle case in costruzione e quelle di recente fattura dei bambolotti o dei peluche appesi alle pareti o che pendono dai balconi. Se a prima vista queste bambole spelacchiate e logorate dalle intemperie sembrano delle dimenticanze di bambini, il loro numero e la loro posizione indica sicuramente qualcos'altro: questi giochi d'infanzia sono infatti uno strumento contro il malocchio, un sacrificio ad una qualche divinità pagana affinché la casa e i suoi abitanti siano risparmiati da sciagure e malattie. In realtà i giocattoli prendono il posto della capra che veniva tradizionalmente sacrificata a questo scopo e lasciata a marcire sui muri di cinta della casa, come tra l'altro avevo visto in Turchia (che sia un retaggio ottomano? Forse, perché una capra scuoiata la vidi anche in Cappadocia).

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Faccio un lungo giro che mi riporta in città, mi fa passare per una zona piena di bei murales, in un pezzo di Cina, tra colonnati fascisti, incontrando tassisti illegali ed ex pugili e poi di nuovo in ostello; lì conosco Teuta (che come tutti ben sappiamo vuol dire “principessa” in albanese)(che avevo incrociato precedentemente ma non conosciuto), ovvero la donna più bella di tutta l'Albania, ovvero niente di meno che la proprietaria del criceto Gigi, mio compagno di camera. Gigi e la sua gabbia raccontano una storia triste, a base di fidanzati italiani piagnoni e mammoni, che vedono la povera Teuta impossibilitata a rientrare in Grecia dove tutta la sua famiglia vive da quindici anni: “sì, amore, torna in Albania, così facciamo le carte per poterti far stare in Italia legalmente. Anzi no, ho cambiato idea. Come? Adesso che sei in Albania non puoi più uscire dal paese per i prossimi tre mesi altrimenti ti dichiarano clandestina? Oh come mi spiace. Ciao”.
La gabbia non mi orripila (licenza poetica) più e neanche il ferro per stirare i capelli e neanche il valigione che si porta dietro una vita.

– E domani vado a Durazzo.
– Oh davvero?
– Devo andarci anch'io.
– Allora partiamo assieme.

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