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Utlimi giorni ad Hanoi

Dopo la gita ad Halong Bay ritorniamo per qualche giorno ad Hanoi, che passiamo visitando i siti turistici che la città ha da offrire.

Percorriamo il museo etnologico, con la sua enorme esposizione sulle minoranze etniche del Vietnam e la ricostruzione delle case tradizionali nell'annesso giardino. Tutto molto bello ma anche troppo e dopo un po' è difficile trovare interessante l'ennesima teca che spiega nel dettaglio gli usi ed i costumi di queste popolazioni: nausea da museo.

Visitiamo il tempio della letteratura, con le sue giganti tartarughe di granito e quelle vere che sguazzano nel laghetto al suo interno. Il tempio è così chiamato perché qui si trovava la prima università di Hanoi e i suoi laureati sono commemorati su grandi steli di granito poste sui carapaci delle testuggini.

Nirvana della fotografia ad HanoiNirvana della fotografia ad Hanoi

Vale la pena invece di dilungarsi sulla visita del mausoleo di Ho Chi Minh, dove si ritrova tutta la marzialità dello stato comunista vietnamita e dove precise regole devono essere seguite alla lettera se non si vuole essere redarguiti da alte (avranno dei tacchi nascosti?) guardie in uniforme bianca: cammina qui, non ti appoggiare lì, restate in fila per due, non ti fermare. Arriviamo al mausoleo dalla parte sbagliata: un ampio prato ci separa dall'ingresso e nonostante ci siano dei sentieri di mattonelle che conducono direttamente all'entrata da lì non si può passare; dobbiamo circumnavigare tutto il quartiere per infine trovare la giusta porta d'ingresso. Vietato fare foto all'interno, guai a fotografare il corpo di Ho Chi Minh: la macchina fotografica e i telefonini devono essere lasciati in consegna. Seguiamo il percorso che ci è indicato da una guardia bianca, eseguiamo ogni curva ad esattamente novanta gradi e ci mettiamo in coda sotto dei baldacchini, anch'essi bianchi. L'attesa dura poco, un soldato del picchetto ci fa il saluto militare mentre entriamo ed un altro ci scorta fino all'ingresso. Camminiamo su un tappeto rosso ed entriamo nell'austero edificio che porta a caratteri dorati la scritta “Presidente Ho Chi Minh”. La temperatura all'interno è glaciale (meraviglie dell'aria condizionata) e le guardie bianche schierate lungo il percorso hanno le guance leggermente blu. Una passerella gira attorno al corpo imbalsamato di Ho Chi Minh, quattro militari biancovestiti agli angoli della teca reggono immobili degli antiquati fucili a baionetta. Il Presidente di tutti i vietnamiti giace nella sua classica e sobria uniforme grigio antracite abbottonata fino al collo, solo il viso e le mani, appoggiate sul grembo, sono illuminate da tre calde luci che ne mettono in risalto i dettagli; nella fisionomia del volto, benché più vecchia e magra, si riconoscono le fattezze delle centinaia di ritratti dell'iconografia ufficiale e delle foto appese in ogni casa o all'ingresso di ogni scuola. La visione della salma non dura più di un minuto, nessuno si può fermare e si guadagna presto l'uscita. Nessuno di noi ha voglia di scherzare.

Nirvana della fotografia ad Hanoi

Ho Chi Minh avrebbe voluto essere cremato e che le sue ceneri fossero disperse ai quatto angoli del Vietnam ma la sua figura era, ed è tutt'ora, troppo importante per il partito comunista vietnamita che si è ben guardato dal rispettare le sue ultime volontà: il benevolo zio Ho, Bac Ho, deve continuare a vivere come simulacro di un ideale che forse non c'è più.

Bel tipo Ho Chi Minh, avrebbe detto il mio professore di filosofia. Esiliato per trent'anni dal suo paese, fu membro fondatore del partito comunista francese, parlava correntemente cinque lingue e lontano da ogni affetto lottò con tutte le sue forze per cacciare l'invasore coloniale e riunificare il paese in una sola entità. Le mie considerazioni derivano dall'aver passato qualche tempo in Vietnam, a contatto con la sua gente e discutendo con i critici del sistema, più frequenti al sud (che tutto sommato non voleva essere “liberato”) che al nord, sono il puro frutto di un'impressione e non si basano su alcuno studio storico ma non posso non pensare che per Ho Chi Minh il comunismo non fosse altro che uno strumento per riunificare un paese diviso e scacciare il colono straniero. Con i francesi appoggiati dagli americani non restava altro alleato che la potente Russia: abbracciare il comunismo era una prova di fede verso Mosca.
Una volta vinta la guerra americana (così qui viene definita la guerra del Vietnam) il comunismo restava uno strumento utile per portare benessere a fasce della popolazione che vivevano in completa miseria.
Ma cosa resta del comunismo in Vietnam oggi? La bandiera dalla stella gialla su sfondo rosso sventola sempre a fianco di quella con falce e martello, ma cosa rimane?
La corruzione dilaga in ogni angolo della società, con la polizia che si mangia il grosso della torta. I poliziotti ricevono mazzette da ogni attività commerciale e ogni autobus o camion è fermato per un controllo: se vuole evitare problemi è meglio che paghi una frazione della multa piuttosto che il sequestro del mezzo. L'ho visto di persona, soldi scambiati di mano lungo una strada trafficata, dieci mezzi in dieci minuti tra i dieci e i venti dollari l'uno e allora la storia del poliziotto che muore e lascia in eredità ai figli quarantacinque milioni di dollari non sembra più tanto strana.
Anche il consumismo impera nel Vietnam postcomunista; grandi palazzi, con annessi eliporti, che ospiteranno banche si costruiscono in tutto il paese e la vitalità del commercio di questo popolo non ha pari: togligli la possibilità di fare soldi, di creare ampi rotoli di banconote che gonfiano le tasche dei pantaloni, e di spenderli nella maniera più tracotante possibile (un matrimonio faraonico, una villa con colonne doriche nel mezzo di catapecchie fatiscenti, un'auto rombante, gioielli a profusione, una costosa bottiglia in discoteca) e avrai tolto al vietnamita la sua ragione di vita.
Il comunismo è ormai solo un mezzo per controllare la vita dei propri cittadini, una struttura che permette alla classe politico-militare di mantenere il potere, evitare fastidiose elezioni e tenere sotto controllo l'informazione in ogni sua forma: solo i giornali allineati al regime sono permessi ed alcuni siti occidentali, come facebook per esempio, sono censurati, à la chinoise. La censura informatica è facilmente aggirabile, ma forse non per il vietnamita medio che abbassa la testa e subisce, osservando attorno a lui la ricchezza ottenuta con l'inganno.
Ho non si rotola nella sua teca di cristallo (non mi sembrava si muovesse più di quel tanto) ma forse un certo qual prurito lo prova.

Le mie compagne di viaggio restano ad Hanoi ancora qualche giorno bloccate da problemi di visto, io proseguo verso Sapa dove le aspetterò. La maggior parte dei turisti viaggia di notte per dormire durante il lungo tragitto, io preferisco osservare fuori dal finestrino il panorama che cambia lentamente e si trasforma in montagne e vallate. Il treno lascia lentamente Hanoi, passa attraverso quello stesso quartiere dalle case a ridosso dei binari, che credevo in disuso, e non va mai oltre i cinquanta chilometri all'ora per tutto il resto dell'interminabile
viaggio.
Guardando fuori, pochi minuti dopo aver lasciato la stazione, vedo un enorme tavolaccio ricoperto di cani arrostiti: ce ne saranno almeno venti, tutti uguali, tutti dello stesso colore bruno e tutti con la coda arricciata rivolta verso l'alto.
A quattro o cinque stazioni da Hanoi un gruppo di persone, proprio di fianco ai binari, incuranti del treno che si è appena formato, si iniettano della droga in vena: Loi mi aveva accennato che l'eroina è una droga diffusa in Vietnam ma non ne avevo mai visto alcun segno. Eccolo.

Il treno guadagna lemme lemme la campagna e lascia dietro di sé tutte le brutture della bella Hanoi, ancora qualche ora e sarò a Sapa.

Nirvana della fotografia ad Hanoi

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