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Vai a far del bene

Mi sveglio all'alba e parto prestissimo per recuperare il tempo perso ieri dal meccanico. Macino chilometri su chilometri attraversando un paesaggio poco interessante, con una montagna alla mia sinistra che mi accompagna per un lunga parte del percorso: in questa parte d'India tutte le mucche hanno le corna colorate, gli uomini portano sovente dei berretti bianchi e le donne rimboccano i loro sari per fare in modo che creino come dei pantaloni larghi invece della solita gonna.
La vista proprio non è un gran che ma l'incessante andirivieni di carretti trainati dai buoi dalle corna multiformi (larghe, spesse, fini, a forma di cuore, rivolte all'indietro, curve come sciabole, piccole e tozze, basse e larghe) è un piacevole intrattenimento.

Vai a far del beneVai a far del beneVai a far del beneE poi guarda cosa ti succede quando vuoi far del bene.
Mentre sono sulla strada, sfreccio di fronte ad uno di quei disabili che in India si sposta su un triciclo modificato, azionato da un pedale a mano. È messo di traverso, fa dei segni alle macchine che passano ma nessuno lo considera. Guardo negli specchietti e faccio inversione ad U. Trema tutto e mi biascica qualcosa di confuso che comunque non avrei compreso: è spastico e trema così tanto che non capisco se mi stia facendo cenno di avvicinarmi per aiutarlo o di andarmene via, ma dallo sguardo intuisco che ha bisogno d'aiuto. Mi indica una corda avvolta attorno al manubrio. OK. Trainarlo in moto mi pare proprio una cattiva idea ma chissà dove deve andare e dove si trova il prossimo villaggio, la salita di fronte a noi non è proprio ripidissima ma è molto lunga e chissà da quanto tempo questo povero Krishna è sotto il sole cocente (nonostante tutto però ha una specie di piumino indosso che tiene chiuso con i primi due bottoni).
Lego la corda al retro della moto. Parto, piano, piano, pianissimo, metto la seconda per stabilire la velocità di crociera a 20 km/h e già mi immagino le scene di gratitudine una volta arrivati al villaggio, la mamma che mi lava i piedi, il padre che mi da pacche sulle spalle, tutto il villaggio in festa, giorno di ferie, chiamiamo la stampa, mandate le telecamere. In meno di dieci secondi sento dietro di un rumore di lamiere contorte: il tizio s'è ribaltato per terra. La corda con cui lo trainavo dev'essersi arrotolata attorno alla ruota davanti catapultandolo fuori dal suo trabiccolo. Fermo la moto. Lo raccolgo da terra, con le sue tremanti gambe rachitiche e storte si appoggia al suo triciclo e mormora delle parole confuse. Mi accorgo solo ora che una ruota del suo mezzo è bucata, penso fosse bucata anche prima ed è forse questo che ha provocato la caduta. Ma guarda come a voler far del bene si finisce per far del male a qualcuno. Non so che fare e cerco di fermare le auto e le moto che passano, magari qualcuno lo conosce e può portarlo a casa: sventolo, mi sbraccio, eoooh c'è un vostro simile in difficoltà qui, io gli ho solo complicato la vita, ve lo affido, pensateci voi.
Prima si ferma un motociclista che parla con il ragazzo e dopo mi guarda dicendo “hundred rupees”. Eh? Poi, per la legge del “dove c'è uno straniero si materializzano dal nulla centoquaranta indiani” si fermano un sacco di auto, moto, biciclette, e furgoncini su una strada che prima era completamente deserta: ma brutti stronzi, non vi sareste potuti fermare prima?
Un elemento degno d'un lombrosario, denti arancioni per abuso di tabacco da masticare e betel nut, sguardo spento, fronte bassa, occhi ravvicinati, confabula col poveretto che si indica varie parti del corpo ed una ferita sulla fronte. Poi guarda me piuttosto incattivito e mi dice “five hundred rupees”. Eh? Scusa? “five hundred rupees” e segue con una sfilza di parole in hindi. Purtroppo lo Spirito Santo non è ancora sceso su di me e non capisco un'acca di quello che mi sta dicendo però mi pare che stiano cercando di infinocchiarmi. Guardo il ragazzo spastico che ho cercato malamente di aiutare e mi rendo conto che sta facendo finta che io l'abbia investito: il suo sguardo implorante pare dire “prima ero alto e biondo e rubizzo e di gentile aspetto, adesso guardate Siori e Siori come quest'Assassino su Due Ruote m'ha conciato! Uno storpio ora! Uno storpio!” Guarda, mi fai troppa pena per augurarti altre disgrazie, ma è così che mordi la mano che cercava di aiutarti? L'atmosfera attorno a me non è delle più amichevoli mentre cerco di spiegare (sempre nell'attesa del suddetto Spirito Santo) alla bell'e meglio che IO cercavo di aiutarlo mentre ESSI si facevano i beneamati cacchi loro.
Quando paiono capire che non centro niente si ferma un auto bianca: ne scende Il Pappone. Il Pappone ha occhiali scuri, folto baffo nero, unghia del mignolo spropositatamente lunga, catenazza d'oro su camicia aperta con vello (non sto scherzando). Il Pappone pare rivestire una qualche forma d'autorità sulla folla e dopo aver sentito la versione del portavoce dello spastico e la mia pontifica: “hundred rupees”. Premetto che, per far aggiustare la sua bicicletta a mano, io al tizio un centinaio di rupie gliele avrei date comunque ma doverlo fare perché una folla di facinorosi è pronta a linciarmi mi sta veramente, ma veramente, sulle balle. Tiro fuori 'ste cacchio di cento rupie (meno di due Euro…) e le do a Pappone che le passa allo Spastico. Guardo Pappone negli occhi, gli faccio capire ancora una volta che stavo solo cercando di aiutare lo sventurato e che per cortesia si assicuri di portare il disgraziato al prossimo villaggio. “OK, ma vattene da qui che è pericoloso, la gente da queste parti è un po' matta”. Sì, andatevene affanculo un po' va', matti o meno. Parto e il ragazzo che mi sembrava fosse stato designato a spingere il triciclo mi sorpassa in moto dopo meno di dieci secondi. Finita la sorpresa dello straniero da spollare se ne saranno andati tutti, lasciando l'ingrato malcapitato nella stessa situazione di prima, ma ben cento rupie più ricco.

Me ne vado e ho i coglioni veramente girati, maledico l'India tutta ma basta l'immagine di un padre che, su una moto, mantiene una mano sulla testa del figlioletto per ripararla dal sole a farmi fare pace con questo paese. Un'altra volta.

La sera arrivo a Jalgaon e sembra che tutto il personale della pensione che ho scelto sia ubriaco. Esco per le strade di Jalgaon che non ha molto da offrire e quando credo di ordinare un piatto di noodles in realtà mi arrivano sì dei noodles ma secchi e spezzettati su un foglio di giornale. Guardo quello che tutti attorno a me mangiano con le loro testone cacciate nei piatti e ordino la stessa cosa al posto del poco invitante cumulo giallastro di fronte a me. Non che sia meglio, ma almeno è un pasto caldo.

Dopo una giornata passata in moto ho solo voglia di rilassarmi un attimo ma dopo dieci minuti qualcuno bussa alla mia porta e comincia ad inondarmi di parole inintelligibili, dopo avermi trascinato fuori dalla stanza mi spinge in un'altra e capisco che vuole che faccia funzionare la tele del vicino di camera: a parte che se incominciasse a vederla mi romperebbe sicuramente la palle e poi, secondo te, sono affari miei? Gli lancio il telecomando che mi ha m
esso in mano e mi chiudo in camera sbattendo la porta. Per oggi ho già aiutato troppa gente.

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