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Vera Cina

– Guilin! Guilin!
– Avanti il prossimo.
– Guilin!
– …
– Guilin?

(il testone della tipa si riimmerge nella scodella di noodle che sta risucchiando rumorosamente e non mi considera più)

Dopo questa conversazione dai toni manzoniani alla biglietteria capisco che un autobus diretto per Guilin non c'è e che mi toccherà fermarmi a metà strada: destinazione Rongjiang per vedere il pittoresco villaggio Dong di Zengchong nei paraggi.
Il viaggio in autobus è molto bello e per ore la strada serpenteggia seguendo il corso di un largo fiume, diversi villaggi dai tetti in ardesia si affacciano sulla sponda opposta. Una curva dopo l'altra e così passa la giornata, quando arrivo a Rongjiang è già tardi; faccio un giro per questo polveroso e sperduto buco di culo nella provincia dello Guizhou e realizzo che nessun hotel accetta gli stranieri e che il villaggio che voglio visitare è a due ore di trattore da questo vibrante centro. Ci penso un po', vengo attaccato da una nuvola di polvere senziente, sopravvivo e decido di continuare fino a Congjiang. Due sobbalzanti ore di autobus mi avvicinano a Guilin, durante il tragitto vedo la prima ragazza cinese con gli occhi blu: sorrisi e sorrisi.
La ragazza dagli occhi blu scende alle porte di Congjiang con la sua amica maialotta e l'autobus si ferma nella città più brutta che mi sia mai stato dato il dispiacere di vedere: prendete una noiosa località in una sperduta provincia cinese, ricopritela di cemento di terz'ordine e lasciatela marcire in ambiente umido, aspettate che il tutto si sfaldi mangiato dalla muffa, assicuratevi che ogni superficie metallica abbia almeno tre dita di ruggine e otterrete Congjiang. Davvero. Il posto è di una bruttezza rara. Aggiungete il fatto che

– l'unico hotel che accetta gli stranieri è carissimo
– l'esosa cauzione prosciuga le mie finanze
– ho quattro yuan nel portafoglio
– nessuno dei due bancomat e mezzo della città accetta carte straniere

e potete immaginare quanto sia felice di essere in questa ridente città.
Ceno con due banane, di cui una (la seconda purtroppo) acerba.

Vista l'impossibilità di ritirare dei soldi, il giorno seguente provo a cambiare dei dollari in banca. Mi metto in coda. Concetto di coda in Cina: un gruppo di persone che si accalcano disordinatamente contro lo sportello, che urlano, gridano, si spingono e tirano gomitate per farsi spazio. Per fortuna sono una testa più alto di tutti loro (nb: son loro che son nani non io ad esser alto) e con qualche schiaffone ben assestato riesco rapidamente a farmi largo solo per sentirmi dire che se voglio cambiare i miei preziosi dollari devo andare a Kaili, otto ore di autobus fa.
Immagino sconsolato i posti nella zona che non potrò andare a visitare e coi soldi della cauzione, giusti giusti, riesco a comprare un biglietto per Guilin. È un peccato perché per quanto Congjiang faccia schifo si vedono per le vie della città diverse donne e uomini appartenenti a minoranze etniche locali (Dong?), sgargiantemente vestiti e con complicate acconciature, di certo non per il piacere dei turisti. La prospettiva di rimanere bloccato in questo posto non è molto allettante ma rimpiango di non poter visitare i villaggi della zona per mancanza di fondi. Forse questo posto non è poi così brutto tutto sommato, forse è questa la vera Cina.

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