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Via da Teheran

Ogni viaggio ha le proprie peculiarità e sfaccettature, si viaggia per varie ragioni e per scopi diversi. La mia permanenza in Iran è stata fin'ora caratterizzata da una scoperta delle persone piuttosto che dei luoghi, a tal punto che mi sembra di non aver visto quasi nulla di questo vastissimo paese se non attraverso i racconti e gli occhi di tutti i miei incontri. Quando finalmente, dopo mille ennesimi tentennamenti, riesco ad abbandonare Teheran mi sembra che il mio viaggio in Iran sia appena cominciato.

Con un taxi che solca le vie della capitale raggiungo la stazione degli autobus che mi porterà ad Hamedan, la prossima tappa in linea rigorosamente non retta verso il confine con la Turchia. Prima di entrare nella stazione scatto un paio di foto. Quando cerco l'autobus per la mia destinazione un poliziotto mi ferma e mi fa cenno di seguirlo, mi prende passaporto e biglietto e mi conduce in uno stanzino (stanzino suona male, vero?) al primo piano. Che ho fatto? Evidentemente le foto all'esterno della stazione non sono gradite all'autorità locale e per questo scatto a momenti mi arrestano:

Via da Teheran
So di non aver fatto niente di male ma mentre procediamo cerco di cancellare qualche foto fatta a Qom che potrebbe urtare la scettibilità di qualche stupido agente in cerca di scuse per causarmi problemi. Parlo per una decina di minuti con una serie di funzionari dall'inglese traballante “Cosa fai? Perché fai foto? Dove vai? Chi sei? Qual è il senso della vita? Perché le donne usano più carta igienica degli uomini?” e quando li tranquillizzo sulle mie intezioni fotografiche mi fanno andare e mi scortano addirittura verso l'autobus, assicurandosi perfino che sia seduto al posto giusto. Il poliziotto che mi segue, il primo ad avermi fermato, mi saluta con un sorriso e mi stringe la mano. Mah.

Sull'autobus l'aria condizionata non funziona e c'è una discreta puzza di piedi. Passo il resto del viaggio a scrivere e a guardare fuori dal finestrino.

Quando arrivo ad Hamedan è ormai sera e salto sul primo taxi disponibile per il centro. Errore: è il mezzo più puzzolente su cui sia mai salito in vita mia e trattengo a fatica i conati di vomito. Se non altro la velocità della luce alla quale si muove fa entrare un po' d'aria gelida ma pulita, che mi da sollievo.
Passo gran parte del tempo a chiedermi cosa possa aver trasportato di così lercio il tassista per far puzzare così la propria macchina. Ci deve essere qualcosa di putrescente nel bagagliaio. Forse di tratta di:

a) un barbone in stato di decomposizione
b) una pecora ammuffita inzuppata nel sudore di un maiale
c) i calzini usati di un'intera squadra di calcio

Forse una combinazione calzomorfa di a, b e c.
Quando esco dal taxi sento ancora l'odore su di me ma per fortuna dopo pochi minuti mi abbandona; posso finalmente respirare liberamente.

Via da Teheran
La mattina seguente faccio fatica ad alzarmi, forse per il freddo che c'è in camera (no, non fa così freddo, ma quel tanto che basta per starsene volentieri sotto le coperte) forse perché non ho idee precise sul da farsi. Hamadan è stata solo una tappa e non voglio fermarmi qui a lungo. Controvoglia esco dalle lenzuola di carta e mi butto alla scoperta della città. Il mio hotel è in pieno centro, vicino alla tonda piazza principale da cui si diramano a raggiera sei strade, a nord (o almeno, a quello che al mio senso dell'orientamento fa piacere credere che sia il nord) si staglia un'imponente montagna dai picchi innevati che domina l'orizzonte: tutte le città che ho visitato in Iran avevano alle proprie spalle delle ben visibili conformazioni rocciose e questa non fa eccezione. Per strada c'è una folla che mi sorprende, nel viavai senza interruzioni non noto persone con meno di sessant'anni: gli uomini portano i pantaloni dai fianchi larghi e dal cavallo basso tipici dei curdi, le donne sono abbigliate quasi prevalentemente in chador ma lasciano che il braccio destro sporga dalle pieghe nere lasciando intravedere dei maglioni sgargianti di lana. Qui pare che il velo non sia una vuota imposizione del regime religioso ma una vera e propria usanza culturale.
In un angolo della piazza, in una scena che avevo visto solo in Cina, a Zhi Jin, un folto gruppo di manovali aspetta accucciato al suolo che qualcuno gli offra un lavoro per la giornata: guardano speranzosi i passanti, chiacchierano tra di loro e indicano la loro disponibilità ponendo di fronte a loro gli attrezzi del mestiere, chi una zappa, chi una livella, chi una paletta (no, di cazzuole non ne ho viste). Non mi pare sia una giornata particolarmente proficua per loro visto che quando torno un po' più tardi sono ancora tutti lì, ma sorridono e non paiono preoccuparsi.

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Passeggio senza una meta precisa, visito la tomba di Ester e Mordecai, a quanto pare il monumento più importante della città, una costruzione risalente al XIV secolo che una volta era luogo di pellegrinaggio importante per tutti gli ebrei del mondo. Il monumento è per me poco interessante e il personaggio che mi “impone” la visita guidata lo è ancor meno: mi recita delle descrizioni in francese imparate a memoria e quando cerco di fargli qualche domanda sulla vita della comunità ebraica in Iran mi risponde con altre formule automatiche davvero poco rilevanti.

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Giro, a caso, sui lunghi viali e una volta arrivato alla tomba di Avicenna, enfant prodige della filosofia, della medicina, della letteratura, della matematica e chi più ne ha più ne metta, decido che è ora di lasciare Hamedan e di dirigermi verso Kermanshah, di cui mi avevano parlato a Teheran.

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Ritronando verso l'hotel per recuperare le mie sostanze incontro per strada l'uomo più forte del mondo, una specie di odierno maciste curdo dalla barba lunga, che si guadagna da mangiare spaccando pietre a mani (più o meno) nude e lanciandosi grossi macigni sulle spalle per dimostrare la consistenza d'acciaio del proprio corpo.

Via da Teheran
Dal finestrino del minibus (sul quale sono salito sgomitando a destra e a manca dopo essermi fatto superare anche dai tetraplegici tentando la salita su un autobus precedente) osservo che lungo la strada vendono delle pecore. Sì, delle pecore. La gente le pesa sollevandole in braccio e poi, attenzione attenzione, le carica nel bagagliaio della propria macchina. Mi accarezzo la barba sempre più lunga: penso di aver scoperto l'origine dell'odore che mi ha dato il benvenuto ad Hamadan. Povera pecora però.

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