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Villaggi di plastica

 

Ecco, è successo di nuovo. Mi son fatto fregare un'altra volta. Eppure la tipa me l'aveva giurato, aveva tirato fuori la foto dell'unico bambino che lo stato cinese le permette d'avere e baciandola s'era profusa in mille rassicurazioni (in cinese, quindi in realtà sto inventando tutto, ma tant'è): ti assicuro che non è un viaggio organizzato, paghi solo per il biglietto d'ingresso e per l'autobus. Con gli occhi ancora lacrimanti mi bacia le mani e mi ringrazia quando alla fine, impietosito e convinto, decido di accettare.
Errore.
Stupido.
Quando salgo sull'autobus c'è una guida. Cristo santo, una guida. Si presenta con un entusiasmo che mal sopporto alle nove di mattina: parlerà per le due ore successive, alternandosi tra inutili spiegazioni in inglese ed in cinese, a volte si ferma per qualche secondo, giusto il tempo di bere per ricominciare con nuova verve. Quando non parla, canta canzoni tradizionali cinesi per il ludibrio dei più, io vorrei solo catapultarmi fuori dal finestrino ma purtroppo i vetri sono sigillati. Vietato anche dormire, nessuno può perdere le indispensabili spiegazioni sulla vera Cina.
Vera Cina?! Brutta logorroica decerebrata, ti porto io nella vera Cina, te li faccio vedere io i palazzoni diroccati e coperti dalla muffa, le strade polverose e le città dove non hanno mai visto un turista, il posto dove m'hai portato tu è una specie di Gardaland delle minoranze etniche. Già che si paghi un biglietto d'ingresso per visitare un villaggio m'indispone (però vabbuo', con l'esoso costo del biglietto ci mandano un bambino all'università per quindici anni dicono quindi mi scoccia un po' meno) ma quando il suddetto villaggio non è altro che una lunga serie di negozi di souvenir tutti uguali e che passarci attraverso sembra quasi una punizione gogliardica (immaginate un corridoio di schiaffoni dove le mani sono molto più dolorose e insistenti richieste di acquisto) e che bisogna stare tutti dietro alla guida con bandierina gialla, allora potete immaginare come il movimento centrifugopallico possa raggiungere nuove dimensioni. Per fortuna mi sovvengo del mio corso per corrispondenza di ninjitsu, tiro una bombetta fumogena per terra e mi mimetizzo sotto un banchetto di sciarpe, sfuggendo all'occhio vigile della guida. Riesco a perdere l'allegra comitiva di cui vergognosamente ho fatto parte e riacquisto la mia libertà.

Longsheng sarebbe anche un bel posto se non fosse stato così profondamente sfruttato (ennesima prova della cecità del turismo cinese): delle belle risaie a terrazza sono scavate sui fianchi delle montagne e piccoli villaggi dall'architettura tradizionale punteggiano le vallate. Le risaie non si estendono all'inifinito come a Sapa ma se si dimentica il gioiello vietnamita si riesce a trovare una certa bellezza nel panorama. Dal villaggio di Longsheng si possono raggiungere, con camminate più o meno lunghe diversi altri villaggi, dove i turisti di solito non si spingono. Prendo uno di questi sentieri a caso e ritrovo un minimo di carattere, tra contadini e bambini che passeggiano tra i boschi.
Al ritorno verso il villaggio corro come un bambino contento lungo i sentieri che prima ho percorso in salita, miracolosamente riesco a non rompermi neanche un ginocchio o a slogarmi una caviglia.
Faccio anche qualche foto di cui un po' mi vergogno, non ho controllato ma penso che se andate a guardare su gugòl le immagini siano sempre le stesse, la mia versione è qui di seguito. Dài fòrze 'n paio se sarvano.

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Quando torno al primo paese di plastica vivo un'esperienza alla Matrix: mentre aspetto un autobus per ritornare verso Guilin mi passano un telefono. Non vedo nessun difetto nella matrice, tutto sembra normale. È la guida! Preoccupatissima! Sì, guarda purtroppo vi ho perso di vista, sì, sì, sono caduto in un burrone e sono stato attaccato dai lupi, ma non ti preoccupare, sto bene adesso, no davvero, m'avete aspettato per sole due ore, va bene, dovete andare, non ci sono problemi, scusa, le ferite mi fanno troppo male, sto per svenire, ti devo lasciare.
Torno verso Guilin contento, con un autobus molto più scassato e meno ariacondizionato di quello con cui sono arrivato.
All'arrivo all'ostello mi aspetta un messaggio della guida:

“Ehi Tipo,
sono Sara (nda: nom de guerre della tipa che probabilmente si chiama Chung Li o simili). Sono andata in camera tua per incontrarti ma non sei ancora arrivato. È bello vederti (?). Spero di rivederti ancora ma dovresti apprezzare di più il gruppo eheh [scarabocchio a forma di cuore e sorrisi]… grazie,
la tua amica Sara.”

Mi guardo attorno circospetto, non sembra nelle vicinanze ma penso sia più saggio nascondersi.

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One response to Villaggi di plastica
  1. iagatabu says:

    Si Si…. Mimetizzati che è meglio…. Magari altrimenti ti rapisce e ti riporta a fare tuuuuuutto il giro programmato…… Ripetendoti tutte le spiegazioni intervallate dagli "stacchetti" musicali… Ciao ciao.