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We are all in a yellow Rishikesh

We are all in a yellow Rishikesh
Rishikesh è uno di quei posti che ti fa fare pace con l'India. Il Gange, che non ha visto migliaia di industrie e milioni di individui riversarvi dentro ogni possibile sottoprodotto delle loro diverse attività, scorre impetuoso: nelle giornate che seguono le piogge monsoniche i suoi flutti lambiscono le finestre delle case a ridosso del fiume e onde permanenti movimentano le sue acque. Rishikesh ha la fama di essere la capitale mondiale dello yoga: ci sono moltissimi centri, ashram, scuole ed istituti dedicati all'insegnamento di ogni tipo di yoga, reiki e meditazione. Qui si trovano maestri di fama internazionale e, purtroppo, vista la notorietà del luogo, anche cialtroni di terz'ordine che si sono improvvisati guru astrali.
Per le vie (quasi) senz'auto passeggiano un gran numero di turisti occidentali, alcuni in genuina ricerca spirituale attraverso yoga e meditazione, e altri, che forse sono stati qui un po' troppo: capelli lunghi con dreadlock fino alle ginocchia, fluttuanti tonache arancioni, sguardo fumato perso nel vuoto e piedi scalzi.
A Rishikesh si può stare bene anche senza per forza perdersi nella ricerca di sé stessi: è un posto piacevole in cui prendere solo il meglio dell'India, quella spiritualità che altrove pare un metodo come un altro per spennare il turista e per incontrare gente interessante.
Io e Chinnamasta vogliamo restare solo un paio di giorni ma ogni sera ci guardiamo negli occhi e di comune accordo decidiamo di restare un giorno in più, ancora un altro, finché alla fine stiamo una settimana intera, un po' decidendo le nostre prossime tappe, un po' guardando la pioggia che ingrossa il Gange, un po' camminando tra le colline di Rishikesh, un po' bevendo caffè e (per il sottoscritto che si è accorto d'aver perso troppo peso durante questo viaggio) mangiando delle quantità colossali di cibo tanto che Chinna ogni tanto arrossisce e dice che la faccio vergognare tanto sono le sostanze che riesco incredibilmente ad ingurgitare. Ovviamente non sono ingrassato di un grammo, e vabbe'.
A Rishikesh si instaura una strana tradizione che segnerà tutto il nostro soggiorno: le mattinate incominciano con delle tarde colazioni alla German Backery e chiunque incontreremo al nostro tavolo (è usanza che la gente si unisca a tavoli non del tutto occupati) ci seguirà per il resto della giornata. È così che incontriamo Diogo, surfista brasiliano che ha appena finito un corso per diventare maestro di yoga, un entusiasmo contagioso. Assieme a lui facciamo una lunga passeggiata, intervallata da racconti di vita, verso le cascate. Nello stesso caffè, la mattina successiva, incontriamo Jean-Jacques, che parla con un accento genovese, che subito non colgo, dalla non ben definita nazionalità, forse italiana, forse svizzera, forse panamense, forse uzbeka, boh, che ci parla di meditazione e della Bhagavad-Gita in modo molto enigmatico. E poi il suo solare amico Michael, osteopata inglese, che ha sempre una storia pronta sui grandi spiriti che solcano questa terra. E poi Boris, pasticciere russo che vive nei boschi e fa il maestro di yoga. E ci troviamo tutti appassionatamente, senza avere niente in comune, su una spiaggia (piccola e bellissima e irraggiungibile) in riva al Gange e laviamo via i nostri peccati nella sua gelida corrente. Grazie anche a questi incontri il nostro soggiorno a Rishikesh si allunga più di quanto pensassimo, siamo in armonia con loro ed è interessante spartire qualche momento con chi davvero è alla ricerca di qualcosa di più alto e che fornisce un bell'esempio di gente che di certo no, non si è accontentata di scorrere lungo i binari di una vita sempre uguale. Rishikesh è il primo posto in India in cui stiamo proprio bene e non ci costa fatica seguire il consiglio di guruji Diogo: “se state bene qui, perché partire?”. Quando però è Diogo a partire e JJ è diventato ormai troppo italiano (Chinnarella mi dice di aver tirato fuori il peggio in lui, ma che a dire il vero ne aveva proprio bisogno) e il monsone pare essersi finalmente dileguato decidiamo di lasciare la città e proseguire verso nuovi orizzonti, con una nuova coscienza Indiana.

A Rishikesh io e la mia finalmente funzionante pesante macchina fotografica rimpariamo a conoscerci: rilego la macchinetta-merda nel fondo dello zaino e faccio qualche scatto così, per lavare via la timidezza fotografica che mi si è attaccata addosso in questi giorni d'astinenza. Anche il viaggio delle immagini può ricominciare.

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