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Welcome to India sir!

Abbandono la guest house di Lumbini verso le undici assieme a Micah, un ventiduenne canadese che si sta prendendo un anno sabbatico dopo la fine dell'università. È un personaggio abbastanza imbarazzante, non molto raffinato (è un eufemismo, ha il tatto e la sensibilità di un lumberjack), grasso e pieno di peli, la mattina si presenta con dei pantaloncini che gli coprono solo mezza chiappa, si siede dietro di me mentre sto smanettando col computer e mi fa un sacco di domande stupide. Da buon canadese qual è finisce tutte le frasi con “ehi” (Maccse, tu non lo fai, come mai? Sei davvero canadese? Shuuuut uuuup!). Vorrei tanto lasciarmelo alle spalle ma non me la sento. Quando si presenta per partire ha degli improbabili pantaloni bracaloni a vita bassa (troppo bassa) e delle crocs rosa. Cristo.
Saliamo su un autobus scassatissimo, pieno come una scatola di sardine per Bahirawa e da lì una jeep anni Venti per il confine. Sulla jeep rincontro il tizio che con la moto mi aveva salvato a Tansen, sembra piuttosto contento di vedermi. Stringe una bambina di dieci anni tra le braccia.

La frontiera è un un caos polveroso di camion Tata e di rickshaw. Decidiamo di prendere l'autobus turistico che però parte alle cinque. Passiamo il tempo stando ad ascoltare un esaurito indiano alcoolizzato che ci dice d'aver bevuto troppo e di essersi fatto rubare soldi e telefonino sul treno; attraverso un amico che garantisce per lui si fa dare dei soldi da un agente di viaggio per pagare la bruttissima prostituta con cui ha passato la notte e il conto dell'hotel (16000 rupie! Ma che cacchio avrà fatto!?). Ci racconta della vita sfrenata di Delhi e dei suoi rave, delle nuove droghe a base di veleno di serpente a duecento dollari a botta (“hai la sensazione di poter mangiare tutte le luci”): il mio giovane compagno di viaggio ha gli occhi strabuzzati, a me il tipo sembra spari un sacco di minchiate. L'agente di viaggio che gli ha prestato i soldi, un mese e mezzo di guadagni per lui, scuote la testa e quando il ragazzo parte ci guarda e dice: “Lui tromba e io pago”.
Lo consolo: “Sì, ma hai visto che cesso?”

Decidiamo (decido) di fare una passeggiata, in India. Il confine tra Nepal e India è la cosa meno formale che possa esistere e si può attraversare senza che nessuno ti chieda un qualsiasi documento; è solo aguzzando la vista che si notano i due uffici dell'immigrazione che non sono altro che due tavolacci con una serie di personaggi ridanciani seduti intorno.
Percorrendo le stradine laterali invece non c'è neanche un cartello che ti indichi il passaggio tra le due nazioni e si passa dall'una all'altra senza neanche accorgersene: le fisionomie sono le stesse e sono solo le divise dei militari che si scorgono per le strade e il fatto che la cocacola si paghi in IC (Indian Currency) che fa capire di essere in un altro paese. Stiamo in giro per un po', attraversiamo il confine ufficiale per tornare dal lato nepalese e come se niente fosse salutiamo i poliziotti che lo pattugliano da ambo le parti.
Ci prepariamo ad effettuare il passaggio ufficiale con timbratura del passaporto.
Ho un giorno di ritardo sul visto nepalese, gli addetti alla frontiera scuotono la testa e sorridendo mi fanno passare senza troppi problemi ma Micah, che è in ritardo di due giorni deve pagare una multa di trentasei dollari o una mazzetta da dieci per passare. “Senti, fai una cosa, torniamo indietro e attraversiamo facendo finta di niente, se dal lato indiano ti fanno storie perché in Nepal non t'hanno timbrato il passaporto, torni indietro e paghi la mazzetta”. Dal lato indiano se ne fregano altamente del timbro nepalese, “Welcome to India, sir!”. Visto che la mia avventura nepalese era incominciata con una stretta di mano dal simpatico addetto ai visti decido di stringere la mano al funzionario indiano, quando tendo la mano allunga amichevolmente la sua e mi sorride mentre le nostre braccia si muovono all'unisono. Parecchie guide turistiche dicono che gli indiani non stringono la mano e che al massimo congiungono le mani in preghiera in forma di saluto. Balle. Forse è vero tra di loro ma all'indiano, come al nepalese, piace stringere la mano del turista, sono ormai abituati, chiamiamolo un effetto della mondializzazione se volete, e sono spesso i primi a porgere la mano allo straniero.
Saliamo sull'autobus e mentre cala il sole all'orizzonte si profila una tempesta di fulmini, mentre sopra di noi appaiono le prime stelle in un cielo sereno.

Dopo una pausa a Gorakhpur, uno dei posti più malfamati di tutta l'India, l'autobus si ferma nel bel mezzo di una strada di campagna. Tre o quattro uomini si avvicendano a guardare il motore con sguardi preoccupati e dopo poco il bigliettaio, come se avesse perso un parente prossimo, ci annuncia che “this autobus is big problem, the minitruck comes”.
Aspettiamo due ore e veniamo senza tante cerimonie schiaffati nel cassone di un camion (che di mini ha proprio poco) in cui hanno steso per pietà dei teli di plastica che sanno di spezie, niente rimborsi ovviamente, e degli autisti dallo sguardo truce ci conducono per sei ore su una strada piena di buche. L'ho provato per voi: dormire in queste condizioni è pressoché impossibile e le uniche consolazioni sono il cielo stellato sopra di me, le lucciole che si perdono tra gli alberi che scorrono veloci ai lati della strada e le stelle cadenti che si vedono nella notte scura.

La mattina arriviamo a Varanasi e il mio compagno di viaggio, che invece se l'è dormita della grossa tutto il tempo, sfoggia un'erezione mattutina che pare una tenda sotto i suoi ampi pantaloni da turista fesso. Vi giuro che non lo conosco. Le ragazze coreane sul camion con noi ridono imbarazzate prima che lui si svegli, ignaro di tutto.
Appena apre gli occhi una vespa lo punge sul dito.

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One response to Welcome to India sir!
  1. anonimo says:

    Non ti dico mai EH! perchè a te parlo solo in italiano ( o almeno ci provo) he he 
    Altrimenti ci scappa parecchio un Eh! alla fine della frase! 

    ecco qui:

    http://www.coolslang.com/in/canadian/index.php?OL=eng&TL=eng&Letter=E