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Xining, finalmente

Con la spettinatura e l'occhiaia delle migliori serate in bianco (ciao Laura) arrivo finalmente, finalmente, a Xining.
Nelle poche ore che passo in questo antico crocevia sulla via della seta, arrancando tra le sue vie spaziose e moderne, mi sembra di stare in un punto ideale della Cina, dove si possono vedere e toccare tutte le sue anime allo stesso tempo. Il sostrato della città è prevalentemente musulmano, con scritte in arabo e uiguri dai classici cappellini bianchi che ti salutano sdentati con un bel salam ou alikum (oualikum salam miei cari), ma per le sue strada girano famigliole di tibetani che si mettono in posa per farsi fotografare e ti ringraziano profusamente e un buon numero di cinesi han in tutte le funzioni di contorno (vigile, ferroviere, etc.) e nei negozi. Nonostante ci sia ovunque un'aria di Xinjiang, per me Xining è un primo assaggio di Tibet e mi perdo estasiato dietro a donne dai lunghi abiti multistrato, uomini dallo sguardo triste, trecce colorate che si annodano in acconciature complicate e monaci buddhisti: in Tibet vivono quasi tre milioni di tibetani (ed un numero sempre più grande di coloni han) ma all'incirca il sessanta per cento di quest'etnia vive ai bordi della regione autonoma, specialmente nello Yunnan e nel Sichuan, e si recano regolarmente a Lhasa in pellegrinaggio, in autobus, in treno, a piedi o scivolando (sì, scivolando e pregando, facendo un paio di passi e lasciandosi cadere a terra, scivolando sulle mani aiutati da due supporti in legno o in pietra e spalmandosi completamente a terra per mostrare la loro devozione). Per chi non volesse spendere una fortuna in permessi e guide lo Yunnan e il Sichuan, dove l'occhio vigile di Pechino è meno presente, rappresentano una valida alternativa per incontrare la cultura tibetana, addirittura, a detta di molti, in uno stato anche più puro rispetto al Tibet.

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Dopo un lauto pasto in un ristorante musulmano dove suscito la curiosità delle grasse donne col velo che lo affollano e col rammarico di non essere riuscito a fotografare la cameriera con una felpa con la scritta “Fetishism” a caratteri cubitali, mi dirigo verso la stazione. Controllo di polizia, domande di rito e mi accomodo (oddio, mi siedo per terra, non so se posso usare accomodare) nella sala d'attesa dove tutto un mondo si prepara alle venticinque ore di treno che ci separano da Lhasa.

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